Lazzaro felice

Un viaggio tra campagna e città, passato e presente, innocenza e sfruttamento: Alice Rohrwacher mette in scena una favola cruda sull’illusione del progresso e la forza della bontà

  • Regia di: Alice Rohrwacher
  • Anno: 2018
  • Durata: 122 minuti
  • Cast principale: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Agnese Graziani, Luca Chikovani, Tommaso Ragno

Negli anni ’80 diverse famiglie di contadini lavorano come mezzadre alla tenuta dell’Inviolata, proprietà della marchesa Alfonsina de Luna. Nonostante siano trascorsi decenni dall’abolizione della mezzadria, queste famiglie sono rimaste prigioniere di un sistema arcaico, ignare del progresso nel resto del mondo. Tra i contadini c’è Lazzaro (Adriano Tardiolo), ragazzo ingenuo e buono di natura, sfruttato da tutti per la sua disponibilità a fare tutti i lavori. Quando la marchesa arriva alla tenuta con suo figlio Tancredi (Luca Chikovani), un ragazzo snob e viziato, Lazzaro trova in lui un insolito amico. Determinato a contrastare il potere di sua madre, Tancredi si fa aiutare da Lazzaro per inscenare il suo rapimento e chiederle un ingente riscatto.

Lazzaro e la famiglia in una scena di "Lazzaro felice"

Alice Rohrwacher, con il suo tipico approccio registico, dà vita a un racconto sospeso tra crudo realismo e toni fiabeschi. La prima parte del film, girata in chiave simil-documentaristica, restituisce un quadro vivido della vita contadina, caratterizzata dalla condivisione di affetti e fatiche quotidiane. Le riprese con la camera a mano e i dialoghi naturali, rendono autentica la rappresentazione di una società ormai dimenticata, che rimane vivida solo nella memoria degli anziani. La regista tuttavia non fa un racconto bucolico e nostalgico della vita contadina, ma restituisce tutta la fatica e il duro lavoro di persone spesso soggette a sfruttamento.

Elemento distintivo del film è il sorprendente plot twist che proietta il racconto avanti di due decenni. La famiglia di Lazzaro è stata portata via dalla tenuta, la marchesa imprigionata per i suoi abusi. Quella che viene prospettata ai contadini è una vita finalmente libera in città, tra i comfort e il progresso. In realtà si trovano confinati ai margini della società, costretti a rubare per sopravvivere. La loro miseria è accostata a quella dei nuovi oppressi, gli immigrati, che fanno a gara a chi lavora per meno pur di lavorare. Gli oppressi sono cambiati, le condizioni di vita miserabili sono rimaste, in una catena di sfruttamento che non avrà mai fine. A queto proposito la regista ha affermato:

“Attraverso le avventure di Lazzaro, volevo raccontare nel modo più lieve possibile, con amore e umore, la tragedia che ha devastato il mio paese, il passaggio cioè da un medioevo materiale ad un medioevo umano: la fine della civiltà contadina, la migrazione ai bordi della città di migliaia di persone che non sapevano nulla della modernità, la loro rinuncia al poco per avere ancora meno.
Un mondo di polverosi sfruttamenti che finisce, e si trasforma in altri sfruttamenti più nuovi e lucidi, più attraenti.”

Lazzaro e Tancredi in una scena di "Lazzaro felice"

Alla fine di tutto, cosa rappresenta Lazzaro? L’essenza stessa della bontà, dell’amore, della solidarietà, ovvero quei bei sentimenti che la nostra società individualista fa sempre più fatica a concepire. Forse anche per questo Lazzaro risulta un ingenuo, finanche uno stupido, un corpo estraneo nella società: ormai non siamo più abituati alla bontà.

Vincitore del premio alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2018, “Lazzaro felice” è un opera imperdibile, che con grande delicatezza spinge a riflettere sull’illusione del progresso e l’oppressione degli ultimi, temi scottanti e di estrema attualità nella nostra società. Le opere di Alice Rohrwacher, come il più recente (e già recensito) “La chimera“, stanno tracciando una via nuova per il cinema italiano: all’estero la stanno già apprezzando, ora tocca al grande pubblico italiano.

Alberti Aurora

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