Testimone d’accusa

Billy Wilder e Agatha Christie: bastano due nomi per garantire l’eccezionalità di questo film, giallo giudiziario per eccellenza, antenato di gran parte della produzione legal thriller degli ultimi decenni

  • Regia di: Billy Wilder
  • Anno: 1957
  • Durata: 116 minuti
  • Cast principale: Charles Laughton, Tyrone Power, Marlene Dietrich, Elsa Lanchester

Leonard Vole (Tyrone Power), accusato di aver ucciso una ricca vedova, si rivolge per la sua difesa all’avvocato Sir Wilfrid Robarts (Charles Laughton). In tribunale vengono chiamati alla sbarra vari testimoni, tra cui l’ispettore che ha svolto le indagini e la domestica della vittima, le cui deposizioni giocano a sfavore dell’imputato, soprattutto dopo aver scoperto che Vole è l’unico erede dell’ingente eredità della defunta. L’unica che potrebbe salvarlo è la moglie Christine Helm (Marlene Dietrich) che però, apparentemente senza motivo, si rifiuta di testimoniare a favore del marito.

Billy Wilder mette in scena un adattamento della commedia teatrale del 1953 “Testimone d’accusa”, a sua volta tratta dal racconto omonimo di Agatha Christie del 1925. Riadattato più volte per il cinema, quella di Wilder è indubbiamente la versione migliore, capace di combinare in un’efficace commedia brillante i geniali colpi di scena della scrittrice con l’ironia cinica del regista.

Sir Wilfrid, nonostante sia convalescente a seguito di un grave infarto e abbia bisogno di assoluto riposo, decide di accettare la complessa difesa di Vole. Le scene iniziali in cui Sir Wilfrid sfugge continuamente alle amorevoli grinfie di Mrs. Plimrose (Elsa Lanchester), infermiera incaricata della sua cura, sono esilaranti: il graffiante humor inglese dell’avvocato e l’esasperazione dell’infermiera sono uno dei punti forti del film. Già dai battibecchi tra questi due personaggi emerge la raffinatezza della sceneggiatura, che diventa sempre più brillante soprattutto per quanto riguarda Sir Wilfrid, dotato indubbiamente delle più argute battute del film. Il personaggio dà il meglio di sé in tribunale, dove riesce a smontare le deposizioni dei testimoni parola per parola, rendendo appassionanti anche i tecnicismi dialettici.

L’altra grande protagonista, che darà filo da torcere all’avvocato, è Christine Helm. La posizione della donna risulta ambigua fin dall’inizio, quando si sottrae al minuzioso “esame del monocolo” di Sir Wilfrid, che sfrutta il riflesso della lente per valutare le reazioni di una persona sospetta. Christine è il grande enigma del film e non si può fare a meno di interessarsi alla sua vicenda, anche grazie all’interpretazione magnetica di Marlene Dietrich, in uno dei suoi ruoli più iconici. Il personaggio funziona perché Wilder si diverte a rovesciare tutte le convenzioni: al posto di una moglie preoccupata e in crisi ci appare una donna fredda, quasi disinteressata al marito, che con le sue dichiarazioni più che aiutarlo lo danneggia.

Come si insegna a giurisprudenza, la verità processuale non sempre coincide con quella reale. Quando si arriva al verdetto, infatti, Wilder smaschera una difesa che ci ha ammaliato tanto da impedirci di vedere come fosse costruita sul nulla. Un paio d’anni prima di essere consacrato come genio della commedia, con titoli come “A qualcuno piace caldo” e “L’appartamento“, Wilder riceveva i complimenti di Agatha Christie per aver realizzato il miglior adattamento di una sua opera – oltre a sei candidature ai premi Oscar. Ancora oggi, a settant’anni di distanza, si tratta di uno di quei rari film dove tutto funziona perfettamente e non possiamo fare a meno di restare incollati allo schermo. E quando crediamo di aver capito tutto, arriva quel finale sorprendente capace di ribaltare ogni nostra certezza, con un colpo di scena dietro l’altro. Neanche ci fosse lo zampino di Agatha Christie…

Alberti Aurora

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Commenti

Una risposta a “Testimone d’accusa”

  1. […] che credevamo di sapere. C’è forse solo un altro film con un finale così scioccante, “Testimone d’accusa” di Billy Wilder. Se però Wilder mantiene il tono del film ironico e cinico, Clouzot non […]

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