The Brutalist

Brady Corbet porta sul grande schermo il rapporto di sopraffazione degli USA sull’Europa attraverso l’odissea di László Tóth, architetto brutalista che insegue l’American Dream ma resta schiacciato dal suo lato oscuro

  • Regia di: Brady Corbet
  • Anno: 2025
  • Durata: 215 minuti
  • Cast principale: Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy

László Tóth (Adrien Brody) è un architetto brutalista ungherese che, sopravvissuto all’internamento a Buchenwald, nel 1947 emigra negli Stati Uniti per costruirsi una nuova vita. Gli inizi in America sono difficili, tra povertà, lavori malpagati e l’impossibilità di far arrivare la moglie Erzsébet (Felicity Jones) e la nipote Zsofia (Raffey Cassidy), bloccate in un campo profughi. Tramite il cugino Attila, proprietario di un mobilificio, a László viene commissionata la ristrutturazione della biblioteca del milionario Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce). Il lavoro di Tóth porta prestigio a Van Buren, che decide di diventare suo mecenate affidandogli un progetto mastodontico, la costruzione di un centro culturale e polifunzionale per la comunità. Visto da László come l’occasione della vita, il progetto si rivelerà un incubo e renderà il protagonista sempre più consapevole del fallimento dell’American Dream.

Impianto da kolossal per il terzo film di Brady Corbet che racconta un’odissea individuale capace di elevarsi a universale, un racconto del ‘900 che parla anche del presente. László Tóth, così come i personaggi che incontra sul suo cammino, sono talmente stratificati e autentici da convincere lo spettatore di essere di fronte a un film biografico: è sorprendente scoprire invece che queste persone non sono mai esistite. Il regista ha dichiarato che il personaggio di László Tóth è ispirato alla figura dell’architetto Marcel Breuer e di altri allievi della scuola del Bauhaus che, con l’avvento del nazismo, sono stati costretti ad abbandonare il paese perché invisi al regime. * László Tóth diventa così rappresentante di un’intera generazione, che ha conosciuto un prima e un dopo nella storia del mondo, che ha vissuto l’inferno della guerra e dei campi di concentramento e ha dovuto poi ricominciare da capo.

László Tóth è un personaggio di una rara intensità e attualità a causa anche della sua condizione di immigrato, che ama il suo paese d’adozione ma non è ricambiato. Gli Stati Uniti, da sempre osannati come terra di accoglienza e libertà, si rivelano ben presto nella loro ipocrisia. Come ricorda Van Buren a László , “tu qui sei tollerato”: per quanto geniale possa essere, non sarà mai davvero benvoluto né tantomeno rispettato. Corbet prefigura fin da subito questa disillusione, con una già iconica inquadratura della Statua della Libertà a testa in giù, simbolo di quell’America che iniziava a muovere i primi passi sulla strada dell’intolleranza. L’accusa che il regista muove all’America di oggi è tangibile, soprattutto in relazione alla profonda discrasia che esiste tra realtà e autorappresentazione del paese.

L’ideale del self-made man, l’arroganza del denaro, la supremazia dei bianchi, l’ego dietro il mecenatismo: tutto questo è Harrison Lee Van Buren, interpretato da uno spaventoso Guy Pearce, candidato agli Oscar per il ruolo. Impossibile non odiare il suo personaggio, che si presenta come un visionario magnate pronto a investire su un grande artista salvo poi rivelarsi un persecutore, pronto a sopraffare chiunque nascondendosi dietro il potere dei suoi soldi. A fare da contraltare Van Buren è László Tóth, interpretato da un intensissimo Adrien Brody, che racconta un personaggio a lui particolarmente affine in quanto la sua stessa famiglia era emigrata dall’Ungheria all’America dopo la guerra. Mentre cerca di ricostruirsi una vita, László deve affrontare sopraffazioni e sofferenze, ma riesce ad affrontarle grazie al sostegno della moglie Erzsébet, (Felicity Jones), a sua volta internata in un campo e salva per miracolo, che dimostra una forza d’animo inarrestabile.

“The Brutalist” è un film da vedere a tutti i costi al cinema. A partire dalla durata esorbitante di tre ore e trentacinque, comprensive di ouverture e intervallo di un quarto d’ora, il film è davvero magniloquente. Questa sensazione viene trasmessa soprattutto dalla colonna sonora potente, grandiosa e in qualche modo anche malinconica. E poi c’è l’immagine: il film è stato girato in VistaVision, un formato di pellicola 35 mm nato negli anni ’50, capace di calare ancora meglio la storia nel suo periodo. Vincitore del Leone d’Argento per la regia a Venezia e di tre Golden Globes, il film si presenta alla notte degli Oscar con dieci candidature. Come si dice nel film “non conta il viaggio ma la meta”, e questa è la storia del cinema.

Alberti Aurora

*Fonte: “The Brutalist, kolossal d’autore da Venezia agli Oscar”, Ciak Magazine, 01/2025, pagg. 70-71

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