Innalzati ad eroi, poi messi nel dimenticatoio: sono gli infermieri e i loro turni massacranti i protagonisti di questo film, vera opera di denuncia di una sanità sempre più vicina al collasso.
- Regia di: Petra Volpe
- Anno: 2025
- Durata: 92 minuti
- Cast principale: Leonie Benesch, Jurg Pluss, Sonja Riesen
Floria Lind (Leonie Benesch) è un’infermiera in un ospedale svizzero che, a causa di carenza di personale, si trova sola insieme a una collega e una tirocinante a gestire un intero reparto. Floria non riesce a completare il giro di visite ai suoi pazienti perché continuamente richiamata da altre incombenze, tra parenti che chiedono risposte e pazienti con mille pretese o serie urgenze. Lo stress si accumula, minuto dopo minuto, ora dopo ora, spingendo Floria a compiere errori e dimenticanze e portandola sull’orlo dell’esaurimento nervoso.
Durante la pandemia li abbiamo innalzati a eroi, ma è bastato molto poco per rimetterli nel dimenticatoio e trattarli forse peggio di prima. Con questo film, rappresentante della Svizzera agli Oscar 2026, Petra Volpe torna a puntare i riflettori su di loro, gli infermieri, una categoria di lavoratori in profonda crisi, tra paghe da fame, turni massacranti e sempre più frequenti episodi di violenza gratuita che li riguardano. “L’ultimo turno” è un vero film di denuncia, che mette in scena un problema di portata mondiale di cui forse non cogliamo ancora appieno la gravità, la fuga dei giovani dalle professioni sanitarie.

Protagonista di questo film, dai toni a metà strada tra medical thriller e documentario, troviamo Floria, un’infermiera dotata di sangue freddo e pazienza pressoché infinita. La macchina da presa non la molla mai, le sta addosso mentre passa freneticamente di stanza in stanza, da un paziente all’altro, affrontando con loro incertezze, sofferenze e attese infinite per esiti che non arrivano mai. Spogliato di tutto l’apparato mélo che caratterizza “E.R.“, “Grey’s Anatomy” e simili, questo film riesce a equilibrare perfettamente intrattenimento e denuncia, pathos e crudezza, eroismo e drammi quotidiani, raccontandoci frammenti di vite visti dagli occhi di chi se ne prende cura al meglio delle sue possibilità.
Leonie Benesch, divenuta nota grazie a “La sala professori“, è davvero straordinaria. I primi piani sul suo volto raccontano tutta la stanchezza e la tenacia di una donna che passa le giornate tra le sofferenze altrui, trovandosi faccia a faccia con personaggi scomodi, che deve affrontare sempre con professionalità, trovando una parola di conforto per tutti. Vediamo le sue mani maneggiare siringhe, fiale e flebo con la sicurezza data da anni di esperienza. Ma quando lo stress si accumula quelle stesse mani diventano incerte, iniziano a tremare, a mostrare i segni di una fretta che quando si ha a che fare con delle vite non si dovrebbe avere. E infatti un attimo di distrazione basta a scambiare le medicine di due pazienti, scatenando serie conseguenze. La performance della Benesch è davvero dirompente, ed è incredibile vederla passare con tanta fluidità da momenti di straordinaria dolcezza ad altri di rabbia, frustrazione e disperazione.

Il titolo originale del film, “Heldin” (Eroina), rende chiaramente il sentimento che prova la regista verso la sua protagonista. Al giro dei suoi pazienti si sommano chiamate da altri reparti, emergenze e continui imprevisti che alzano man mano l’asticella dello stress, trasformando un turno di lavoro in un vero tour de force, sfiancante per noi che lo osserviamo, figurarsi per chi davvero lo vive ogni giorno sulla sua pelle.
Come ci ricordano i titoli di coda, l’OMS stima che entro il 2030 mancheranno all’appello 13 milioni di infermieri nel mondo. La domanda allora sorge spontanea: l’aspettativa di vita aumenta, ma a che condizioni? E tra il calo demografico e la fuga dalle professioni sanitarie, a chi ci rivolgeremo quando il sistema sanitario sarà collassato? Non c’è più tanto tempo per invertire la rotta. Bisogna tornare a rendere quella dell’infermiere una professione attrattiva per i giovani, restituendo dignità al lavoro, compensandolo adeguatamente e non trasformandolo in un martirio per chi lo sceglie come percorso di vita.
Alberti Aurora


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