Dicono di non incontrare mai i propri idoli, ma a volte vale anche il contrario: non incontrare mai i propri fan. Un aspirante comico, deciso a svoltare la sua carriera, decide di rapire un conduttore tv per avere un posto nel suo programma.
- Regia di: Martin Scorsese
- Anno: 1983
- Durata: 94 minuti
- Cast principale: Robert De Niro, Jerry Lewis, Sandra Bernhard
Rupert Pupkin (Robert De Niro) è un aspirante comico, fan sfegatato di Jerry Langford (Jerry Lewis), uno dei più grandi comici della tv e conduttore del The Jerry Langford Show. Pupkin, ormai trentaquattrenne, è impaziente di trovare un trampolino di lancio per la sua carriera, perciò quando incontra Langford decide di chiedergli uno slot nella sua trasmissione. Dopo diverse insistenze da parte di Rupert e altrettanti rifiuti di Jerry, Pupkin decide di passare alle maniere forti e, insieme all’amica e complice Masha (Sandra Bernhard), a sua volta innamorata di Langford, rapisce il conduttore.
Presentato al Festival di Cannes 1982 e accolto da un disastroso flop al botteghino, “Re per una notte” è stato per anni sepolto nella filmografia di Martin Scorsese, un “film minore” nella carriera del grande regista. E invece questo film ha tanto da dire, forse oggi più che allora, grazie alla sua tagliente critica della televisione e della fama, ingranaggi inarrestabili di quella società dello spettacolo in cui oggi siamo immersi. L’importanza del film è stata riconosciuta anche da Todd Philips, che lo ha ampiamente citato nel suo “Joker” del 2019.

Rupert Pupkin è un personaggio originale, alienato, che vive nello scantinato di sua madre sognando il riconoscimento del grande pubblico. Ha studiato Jerry Langford a fondo, per carpire la sua capacità di coinvolgere il pubblico piazzando la battuta quando meno se l’aspetta. Godere della considerazione e del rispetto di Langford è la sua massima aspirazione. Questo ci mostrano le magistrali sequenze oniriche del film, in cui Rupert mette in scena i dialoghi che immagina di avere con Jerry, interpretando entrambe le parti. Se all’inizio è chiaro qual è il piano della realtà e quello dell’immaginazione, dopo un po’ i due si confondono, così come è sempre più labile il confine tra sogno e ossessione di Rupert. L’apice di questa spirale di follia arriva in un’altra scena simbolica in cui Rupert, davanti all’immagine di un pubblico festante, si mette a recitare il suo monologo che noi però non sentiamo, coperto dagli applausi che sente solo nella sua testa.
Robert De Niro è un casting inaspettato eppure perfetto per Rupert Pupkin. Messi da parte i panni del gangster, l’attore si cala in quelli di un disadattato, goffo e disturbante, che per raggiungere il suo obiettivo entra in conflitto con una società ostile, restìa a concedergli un’occasione. Superata la trentina sente la pressione di dimostrare il suo valore a sé stesso e a Rita, la ragazza che amava a scuola e che vuole conquistare millantando un futuro di successo. Più Pupkin cerca il successo e più questo sembra allontanarsi. Il mancato riconoscimento da parte del mondo è evidente nella continua storpiatura del cognome Pupkin, che tutti sbagliano sempre, come non fosse degno di essere ricordato.
Notevole è anche l’interpretazione di Jerry Lewis, vera star della commedia anni ’50, qui in uno dei rari ruoli drammatici della sua carriera. Con un’interpretazione misurata e intensa, si trasforma nel lato oscuro di sé stesso, uno showman disilluso e prigioniero dello showbiz, contraltare del giovane alla ricerca della fama a tutti i costi.

Nella parabola di Pupkin si può leggere un’interpretazione distorta del sogno americano del self-made man, disposto davvero a tutto pur di “arrivare”. Ma si parla anche di celebrità e del rapporto che abbiamo con questo concetto, che oscilla tra adorazione e invidia, possesso e distruzione. Il bisogno di riconoscimento di Pupkin sconfina fino nella violenza, perché “meglio essere re per una notte che buffone tutta la vita“. Scorsese rinuncia alla dinamicità della regia, preferendo inquadrature fisse, silenzi, sospensioni, che restituiscono un senso di disagio crescente. L’immagine che ci dà è quella di un protagonista squilibrato che crede troppo in sé stesso, ma che invece talento ne ha davvero. Pupkin guarda in macchina quasi a volerci dire: “Neanche voi credevate in me, eppure eccomi qui, pronto a stupirvi: bastava darmi una chance.“
Alberti Aurora


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