Orizzonti di gloria

“I sentieri della gloria non conducono che alla tomba”: è da questo verso del poeta Thomas Gray che prende spunto il titolo di uno dei più grandi film antimilitaristi di sempre, punito per questo con una censura decennale in tutto il mondo.

  • Titolo originale: Paths of Glory
  • Regia di: Stanley Kubrick
  • Anno: 1957
  • Durata: 88 minuti
  • Cast principale: Kirk Douglas, George Macready, Ralph Meeker, Wayne Morris, Timothy Carey, Adolphe Menjou

Durante la Prima Guerra Mondiale, due generali dell’esercito francese ordinano al colonnello Dax (Kirk Douglas) e ai suoi uomini di prendere il Formicaio, una trincea tedesca molto ben difesa, contesa da mesi.
Dax lamenta la mancanza di uomini: molti sono morti o sono stati feriti nelle azioni precedenti. Ma i generali non sentono ragioni: bisogna avanzare a tutti i costi. La prima ondata di soldati viene falciata e il resto degli uomini non esce dalle trincee. Il generale Mireau (George Macready), allora, invoca la corte marziale: qualcuno va condannato “per dare l’esempio”. Dax, avvocato prima della guerra, si incarica della difesa dei sorteggiati, in un processo il cui esito è segnato fin dall’inizio.

Quarto film firmato da Stanley Kubrick, e suo primo capolavoro indiscusso, il soggetto è tratto dal romanzo omonimo di Humprey Cobb del 1935, e si inserisce in un filone di altri film antimilitaristi dell’epoca. Se il classico film bellico tende a spettacolarizzare il conflitto, facendo leva su onore e sacrificio per amor di patria, Kubrick preferisce raccontare l’assurdità della guerra e i subdoli giochi di potere che la muovono. Protagonista è l’esercito francese: del nemico tedesco invece non c’è traccia, se ne intuisce la presenza solo dalle scariche di mitragliatrice. Il messaggio che Kubrick vuole darci è chiaro fin dall’inizio: il nemico non è di là dalla trincea, ma di qua.

Mentre lunghe carrellate in soggettiva ci mostrano gli uomini in trincea tra fango, morte e disperazione, i generali si incontrano a colazione nel quartier generale, uno splendido palazzo barocco, dove informano il colonnello Dax che dovrà conquistare il Formicaio, costi quel che costi. Tra un boccone e l’altro di brioche, due uomini firmano la condanna a morte di centinaia di altri, perché che l’azione sia impossibile in fondo lo sanno tutti. D’altronde però, cos’è la vita di un soldato davanti alla gloria dell’intera nazione? Quella che fa Kubrick è un’operazione di disumanizzazione del potere, che diventa sempre più evidente nel procedere della storia, fino all’apice del processo.

Il generale Mireau attribuisce il fallimento dell’azione alla “codardia di fronte al nemico” dei soldati. Vorrebbe giustiziare cento uomini, ma Dax lo convince a limitarsi a tre, scelti da ogni caporale. Anche qui, al livello più basso del potere, c’è chi è corrotto o ha qualcosa da nascondere: di conseguenza i capri espiatori sono scelti tra i soldati più “scomodi”. Si arriva al processo che, per una persona come il colonnello Dax, che può ancora vantare una morale, è una pura vergogna. Lui è avvocato, sa come funzionano i processi. Quella cui assiste invece è solo una farsa, becero tentativo di nascondere una decisione già presa.

Dax è un ufficiale, ma è molto distante dai suoi superiori. Diverse volte mette in dubbio gli ordini e la fissazione per l’onore, finendo per affermare che “il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie“. Perché nel 1916, due anni dopo l’inizio di quella carneficina, era ormai chiaro che si trattava di una tragedia assolutamente insensata. A quel punto l’unico motivo in cui rifugiarsi per tirarla avanti era proprio la (discutibile) gloria della vittoria. Il colonnello Dax, nelle fattezze di Kirk Douglas, è un faro di speranza tra un’umanità che sembra essersi persa. Kubrick lo inquadra in primo piano, dal basso, con una luce potente, a sottolineare l’importanza delle sue parole quando condanna l’insensatezza di quella guerra. La rabbia contenuta e l’impotente rassegnazione connotano ancora oggi una delle migliori interpretazioni dell’attore.

La forza con cui il regista ha condannato le gerarchie militari (tutte) e la loro propaganda fuori di senno sono costate care al film. Accusando esplicitamente l’esercito francese, nel paese il film fu censurato fino al 1975, in Spagna addirittura fino al 1986, e fu persino costretto al ritiro dal festival di Berlino. La censura non ha fatto altro che confermare la potenza dirompente di questo film che, ancora oggi, resta una delle più lucide e spietate denunce dell’assurdità della guerra e dei meccanismi di potere che la alimentano.

Alberti Aurora

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