Nascondere un dolore indicibile dietro a un sorriso, a tutti i costi. Questo è quel che succede a Remis, “ridente” cittadina che ha scaricato il peso di un trauma collettivo su un ragazzo speciale.
- Regia di: Paolo Strippoli
- Anno: 2025
- Durata: 122 minuti
- Cast principale: Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano, Giulio Feltri, Paolo Pierobon, Sergio Romano, Diego Nardini
Sergio Rossetti (Michele Riondino), ex campione di judo tormentato da un lutto insuperabile, arriva a Remis, “la valle dei sorrisi”, come nuovo insegnante di ginnastica. Questo piccolo paesino di montagna nasconde, dietro una facciata di felicità forzata, oscuri segreti. Anni prima, un disastroso incidente ferroviario ha distrutto la comunità, che ha trovato l’unico sostegno in Matteo (Giulio Feltri), un ragazzo col potere di assorbire il dolore delle persone e donare serenità. Sergio, che è il suo insegnante, scopre nel ragazzo un’anima sola e infelice e per questo affine alla sua.
Con questo nuovo film Paolo Strippoli, già regista di “A classic horror story” e “Piove”, si conferma autore di primo piano per la rinascita del cinema di genere italiano. Dopo una stagione d’oro tra anni ’60 e ’70, si sta affermando in Italia una nuova generazione di autori guidati da un’idea di cinema di genere orgogliosamente italiano eppure capace di arrivare anche molto lontano. Presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, “La valle dei sorrisi” è il simbolo di un nuovo horror d’autore che piace sempre di più a pubblico e critica.

Il film è un incrocio tra horror psicologico e thriller, dal ritmo lento ma inesorabile. Inizia con una scena shock che si spiega solo dopo un po’, non lascia troppo spazio ai classici jumpscare e predilige una paura che nasce da dentro, da un disagio psicologico profondo e ingestibile. Il film affronta diversi temi cruciali, forse troppi: genitorialità, peso delle aspettative, adolescenza, scoperta di sé ma, soprattutto, elaborazione del lutto. Dopo il disastro ferroviario che ha colpito il cuore del paese non c’è mai stato un processo, né individuale né collettivo, di gestione del lutto. Si è preferita la via più facile: tutti hanno scaricato il loro trauma personale su Matteo, il cui potere, spacciato per miracolo divino dal prete del paese, è diventato nel tempo una droga collettiva di cui nessuno può più fare a meno.
Sergio nota subito quanto Matteo, suo studente, sia isolato dal resto dei compagni. Tutti lo trattano coi guanti, come un santo, non come una persona. Questo lo mette nel mirino di Lorenzo (Diego Nardini) che a scuola lo bullizza, incapace di accettare questa devozione collettiva e i sentimenti che l’altro prova per lui. Matteo, che vorrebbe essere solo un ragazzo come gli altri, viene invece sfruttato fin da piccolo da suo padre Mauro (Paolo Pierobon) come salvatore del popolo in cambio di soldi. A nessuno importa di lui come persona: è per tutti solo un mezzo con cui raggiungere un fine. Il rapporto tra Sergio e Matteo è il cuore pulsante della narrazione, un legame che sa di seconda possibilità per entrambi. Matteo trova in Sergio una figura paterna che lo vede come individuo e non come simbolo; Sergio trova in lui un figlio possibile, con cui rimediare ai suoi errori passati.

Strippoli ha scelto un cast di primo livello. Giulio Feltri, esordiente interprete di Matteo, nasconde dietro un aspetto minuto e fragile un abisso di dolore spaventoso, che schiaccerebbe chiunque. Sergio, interpretato dall’ottimo Michele Riondino, è lo straniero che arriva in città e incarna la prospettiva di noi spettatori. I sorrisi forzati che lo accolgono in paese gli fanno intuire subito che qualcosa non va, ma cosa esattamente? Sergio si lega presto a Michela, un’intensa Romana Maggiora Vergano, segnata nel profondo da un passato devastante. E poi c’è Mauro, interpretato da Paolo Pierobon, un padre che in fondo ha paura di suo figlio e gli attribuisce i guai della sua vita.
Per Strippoli il genere horror, non è solo una forma di intrattenimento, ma una lente attraverso cui leggere il rapporto tra individuo e società, in particolare la necessità di apparire sempre al meglio, fisicamente e psicologicamente. La felicità diventa strumento di controllo sociale: chi non sorride è diverso, tradisce la collettività. Però questa felicità imposta fa male, perché obbliga a ingoiare il dolore e tenerlo tutto dentro. Il regista ci dice invece che la scelta più coraggiosa non è cancellare, ma affrontare il dolore: non sparirà mai, ma sarà più leggero se sarà condiviso.
Alberti Aurora


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