Duse

Un’attrice che ha rivoluzionato il modo di stare sul palcoscenico. Una donna che ha fatto della sua arte la sua libertà. Eleonora Duse ha vissuto mille vite in una, e raccontarla era forse una sfida troppo grande.

  • Regia di: Pietro Marcello
  • Anno: 2025
  • Durata: 122 minuti
  • Cast principale: Valeria Bruni Tedeschi, Noémie Merlant, Fausto Russo Alesi, Vincenzo Nemolato

Nel 1921, dopo dodici anni di ritiro, la “Divina” Eleonora Duse (Valeria Bruni Tedeschi), spinta dai debiti e dal bisogno di contrastare la vecchiaia che avanza, decide di tornare sul palcoscenico. La grande attrice riporta in scena il suo repertorio classico, ottocentesco, ma nel frattempo il mondo è cambiato. La Prima Guerra Mondiale ha scritto nel sangue l’inizio del secolo breve e all’orizzonte si profilano folle di camicie nere pronte a imporsi con la violenza. Reinventarsi è la chiave per restare rilevanti, riflettere sul presente una necessità. La domanda è: potrà l’arte arginare la violenza e l’incertezza di tempi bui?

Sei anni dopo l’acclamato “Martin Eden”, Pietro Marcello è tornato in Concorso a Venezia per presentare un ritratto crepuscolare e profondamente teatrale di Eleonora Duse. L’operazione di Marcello, lungi dall’essere un classico biopic, è stata definito un “saggio poetico”: il film non segue un racconto lineare, ma insegue ossessivamente la sua protagonista negli ultimi anni della sua esistenza, inserendosi in un filone ricorrente di recente (vedi il film su un’altra Divina, “Maria” di Pablo Larraín).

Sostenitrice della recitazione naturalistica e interprete di straordinaria intensità, Eleonora Duse è stata indubbiamente la più grande attrice della sua epoca. Grazie a tenacia e talento fuori dal comune, divenne anche capocomica e regista, ruoli solitamente preclusi alle donne, con una grande capacità di indirizzare gli attori per far emergere la loro interiorità. Questo aspetto è illustrato da una delle scene più intense del film, in cui la Divina aiuta una giovane attrice a immedesimarsi emotivamente nel suo personaggio, con un Metodo Strasberg ante litteram. A parte questo, degli altri aspetti del lavoro della Duse non vediamo nulla, perché Marcello sceglie di raccontarla nei suoi anni finali, concedendo una piccola parte del racconto alla Duse privata: una madre assente fino alla crudeltà, incapace di riservare alla figlia Enrichetta (Noémie Merlant) lo stesso amore dato al teatro.

Per contestualizzare la storia nella sua epoca, Marcello inserisce anche in questo film materiale d’archivio colorizzato. L’immagine più ricorrente è quella del treno del Milite Ignoto, il cui viaggio attraverso l’Italia unì il popolo nel ricordo dei caduti della Grande Guerra. A queste immagini dal respiro storico si alternano numerosi primi piani stretti sugli intensi occhi azzurri della Duse. È chiaro il passaggio dal dramma collettivo a quello individuale, di una donna che combatte la sua guerra personale, contro una tubercolosi che avanza e un mondo che procede anche senza di lei. I costumi antiquati, le scenografie pompose, i colori freddi della fotografia: tutto racconta di una Divina arrivata alle sue battute finali eppure riluttante a calare il sipario.

L’aspetto più divisivo del film è la recitazione in overacting. Personaggi secondari come Ermete Zacconi (Mimmo Borrelli) e Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi) sono tratteggiati come macchiette grottesche, l’uno del teatro ottocentesco, l’altro dell’amante rifiutato. La Bruni Tedeschi interpreta la divina attrice comprensibilmente sopra le righe, trattandosi di una donna che considerava il teatro la sua ragione di vita, ma che a tratti risulta eccessivamente distaccata dal mondo reale, e quindi ingenua. Simbolico in questo senso il suo dialogo con Sarah Bernardt (Noémie Lvovsky), star del teatro francese e sua grande rivale, che le fa presente quanto il mondo sia cambiato in pochi anni, rendendo necessario riflettere su nuovi temi. Duse ci prova, ma fallisce: è il tramonto della sua epoca.

Altro aspetto problematico della Duse, ben evidenziato nel film, è stato infine il suo rapporto con il nascente fascismo, che si è appropriato dell’immagine dell’artista, comprandola con un vitalizio e l’estinzione dei suoi debiti. Come dicevamo, il ruolo di rottura e modernità della Duse sembra perdersi nel film, lasciando in primo piano piuttosto un inconsapevole “farsi sfruttare” dal potere, dovuto a un’accecante ossessione per la sua arte immortale.

In conclusione il film di Marcello è un omaggio alla Duse riuscito a metà, nel momento in cui racconta turbamenti interiori e lotta contro il tempo come un’ennesima parte da interpretare, più che come vita vera. Stupendo sul lato visivo, il film lascia qualche dubbio sul lato recitativo e sul ritmo, che diventa a tratti piuttosto lento, facendo sentire una certa pesantezza. Nel complesso resta però un’opera da vedere, spunto per ulteriori riflessioni su una figura immensa e quindi inafferrabile come quella di Eleonora Duse.

Alberti Aurora


PER APPROFONDIRE

Nel 2024 ricorreva il centenario della morte della “Divina”. Per l’occasione sono stati tanti gli omaggi. Sonia Bergamasco le aveva dedicato il documentario “Duse, the Greatest”, un’attenta ricerca di un’attrice venerata dai contemporanei come da chi non l’ha mai conosciuta, capace di influenzare ancora oggi il modo di stare su un palcoscenico. La scrittrice Patrizia Tamà ha pubblicato il romanzo “Divina”, totalmente incentrato sulle chiacchieratissime relazioni della Duse: da quella tormentata e rabbiosa con D’Annunzio, a quella scandalosa e spesso censurata con la poetessa Cordula Poletti. Per un approccio critico al suo rivoluzionario metodo recitativo si può recuperare il volume “ELEONORA DUSE. Come l’onda sulla duna, la Divina che divenne fuoco”.

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