A House of Dynamite

“Al termine della Guerra Fredda le potenze globali convennero sul fatto che il mondo sarebbe stato migliore con meno armi nucleari. Quell’epoca è finita.”

  • Regia di: Kathryn Bigelow
  • Anno: 2025
  • Durata: 112 minuti
  • Cast: Idris Elba, Rebecca Ferguson, Greta Lee, Gabriel Basso

Sembra un giorno come tanti nella vita di funzionari e ufficiali nelle più alte cariche istituzionali degli Stati Uniti, quando all’improvviso i radar individuano un missile nucleare diretto verso Chicago. Il livello di rischio sale al terribile DEFCON 2. Lo stato maggiore dell’esercito e tutte le agenzie governative sono messe subito in allarme: solo 19 minuti separano il missile da una strage di civili. Inizia così una corsa contro il tempo per neutralizzare la testata nucleare, trovare i colpevoli e capire come rispondere all’attacco.

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il nuovo film di Kathryn Bigelow, autrice da sempre impegnata nel cinema d’azione focalizzato sull’attualità, rievoca uno dei grandi incubi dell’umanità: la guerra nucleare. Un incubo che sembrava sepolto e che invece negli ultimi anni, negli ultimi mesi, è tornato a farsi sempre più concreto.

A differenza di quanto avrebbero potuto fare altri registi, Bigelow sceglie di concentrarsi non sul lato action della vicenda, ma sull’impatto della minaccia sulle persone. Da qui la scelta di costruire un racconto suddiviso in tre capitoli, con punti di vista diversi su quei terribili 19 minuti. Si parte dall’intercettazione del missile, si assiste alla corsa contro il tempo, si arriva all’ultimo minuto e la storia ricomincia. Il fil rouge che unisce tutti i personaggi è una call disperata, in cui i massimi decision maker del paese sono chiamati a rispondere all’immaginabile.

Il pregio del film è quello di andare contro gli stereotipi del genere, che avrebbero voluto il focus sul presidente e il suo entourage, preferendo raccontare con precisione quasi documentaristica i meccanismi di un’emergenza e le reazioni delle persone. Peccato che quello che poteva essere un espediente narrativo interessante – i diversi punti di vista – non centra del tutto l’obiettivo. Se il primo capitolo funziona, perché ancora non conosciamo la storia, gli altri due diventano meno efficaci, perché non si aggiungono tanti dettagli importanti alla storia e gradualmente viene a mancare la suspence.

Perfettamente centrato, eppure aspramente criticato, il finale del film. Non diremo troppo per non fare spoiler ma si tratta di una chiusura assolutamente coerente con gli intenti della regista: non fare un film d’azione dove i grandi Stati Uniti dimostrano la loro superiorità militare, ma denunciare il contesto di estremo pericolo in cui viviamo quotidianamente, che continuerà fintanto che esisteranno armi nucleari. Il film vuole spingere l’osservatore a porsi delle domande, tra cui quella se sia giusto che un uomo solo, il Presidente, abbia a disposizione un grande bottone rosso con cui prendere una decisione capace di cambiare le sorti del mondo. Di fronte a una minaccia di tale portata non c’è protocollo che tenga: la razionalità passa per forza in secondo piano. E allora cosa potrebbe succedere?

Per raccontare questa storia di umanità, la regista si avvale di un cast di primo livello dove non c’è un vero protagonista, ma ognuno ha la sua rilevanza strategica nell’affrontare il pericolo. Rebecca Ferguson nei panni del capitano Olivia Walker è il punto di riferimento procedurale nel centro di comando, la cui freddezza apparente contrasta con una crescente angoscia emotiva. Idris Elba, nei panni del Presidente, incarna il fardello del comando, dimostrando quanto sia profonda la solitudine e la difficoltà morale di una decisione capace di innescare una catastrofe globale. In ogni caso, come ricorda il vice consigliere Jake Baerington (Gabriel Basso), “si tratta di scegliere tra il suicidio e la resa” perché comunque andrà a finire sarà una catastrofe.

Bigelow firma un thriller politico che riflette su una minaccia nucleare sempre più reale, denunciando l’assurdità di aver costruito un sistema di “difesa” basato sulla deterrenza, la minaccia di distruzione globale. Viviamo in una casa di dinamite pronta ad esplodere: purtroppo per noi non si tratta più di se, ma di quando.

Alberti Aurora

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