No Other Choice

Una denuncia sulla capacità del sistema capitalistico di rendere sempre più meschina e individualista la persona comune, portata a rinunciare ad ogni valore etico pur di sopravvivere nell’arena del mercato del lavoro.

  • Regia di: Park Chan-wook
  • Anno: 2026
  • Durata: 139 minuti
  • Cast principale: Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran

Dopo aver lavorato per 25 anni in un’azienda cartaria, Man-soo (Lee Byung-hun) viene licenziato per dei tagli del personale voluti dalla nuova direzione americana. Ora disoccupato, l’uomo non può più sostenere il buon tenore di vita della famiglia, composta dalla moglie Mi-ri (Son Ye-jin) e dai due figli, per cui tutti devono fare sacrifici in attesa che lui trovi un altro impiego. Man-soo però non si accontenta di lavori semplici, che vede come un’umiliazione, ma è determinato a ritrovare un posto nel settore cartario. Dopo diversi colloqui andati male decide che l’unico modo per assicurarsi un posto è eliminare, letteralmente, la concorrenza.

Tra i fautori del successo mondiale del cinema coreano, Park Chan-wook è tornato al cinema con una commedia nerissima, presentata nel 2025 alla Mostra del Cinema di Venezia e acclamata tra i migliori film dell’anno. Tratto dal romanzo “The Ax” di Donald E. Westlake, già adattato per il cinema nel 2005, il film parla di un mondo del lavoro in cui non si prospera, ma semplicemente si sopravvive, al costo di sopprimere la propria umanità. È un ritratto spinto all’estremo eppure veristico della concezione capitalista del mondo, in cui solo il più forte, ovvero il più disumano, sopravvive.

I temi trattati dal film sono davvero tanti, ma quello centrale è certamente la critica al mondo del lavoro e agli effetti che ha sull’identità delle persone. Tutto il film ruota attorno a una battuta ricorrente, non a caso il titolo dell’opera: “Non c’è altra scelta”. Una frase ripetuta da diversi personaggi, per autogiustificarsi di fronte alle proprie scelte sbagliate. Ma anche l’espressione di un sentimento imposto dalla società coreana, in cui la perdita del lavoro viene vissuta come un’umiliazione, perché il lavoro coincide con l’identità della persona. In un contesto in cui la scalata sociale è praticamente impossibile, il protagonista è disposto a tutto pur di evitare almeno la caduta. E questo significa trovare per forza un lavoro nel settore della carta: accettare qualsiasi altro impiego significherebbe dichiarare la resa, rinunciare alla propria identità e status sociale. Come afferma il regista, “il personaggio sceglie il metodo estremo del serial killer a causa del desiderio materiale che ha come membro della classe media: non vuole scendere al di sotto dello stile di vita cui è abituato.” *

Come fa notare la moglie di un personaggio, “il problema non è perdere il lavoro, è il modo in cui affronti la perdita“. E il sistema capitalista non spinge certo alla solidarietà, quanto piuttosto a una guerra tra poveri che dà manforte al vero nemico, chi sta al vertice della piramide. Ovviamente Man-soo cade nella trappola: non combatte il potere ingiusto che l’ha licenziato, ma mette a punto un folle piano omicida per eliminare i poveri bistrattati come lui. Di conseguenza il protagonista non è un eroe, ma l’ingranaggio di un sistema malato, ossessionato da fantasie assurde che lo distruggerebbero se non fosse per la moglie Mi-ri, una donna pratica e concreta, che taglia subito le spese superflue e trova un lavoro. Lei sembra essere l’unica dei due a rendersi conto di dover agire subito per mantenere la famiglia, anche accettando silenziosamente la strada della complicità per la serenità dei figli.

Il tema crudissimo del film viene trattato con un tono che oscilla tra il thriller e la commedia slapstick, con gag che fanno ridere di una risata amara, perché ciò che vediamo nel frattempo è assolutamente drammatico. “Volevo che l’umorismo rendesse la tragedia ancora più tragica“ ha affermato il regista, e la missione si può dire riuscita grazie all’ottimo lavoro degli attori. Il protagonista Lee Byung-hun offre una prova davvero eccezionale, affrontando con disinvoltura l’evoluzione del suo personaggio da goffo operaio a killer spietato. Al suo fianco, Son Ye-jin è la perfetta controparte: una donna che gioca un ruolo cruciale nella dinamica famigliare, passando da una pragmatica rassegnazione a una complicità inquietante. A sottolineare la forza del racconto una regia straordinaria: ogni scena è arricchita da movimenti di macchina dinamici, transizioni inaspettate e geniali doppie esposizioni che aggiungono nuovi significati alle immagini. Nonostante l’ambientazione coreana e la riflessione su quella società, il film è in grado di parlare a un pubblico globale, perché racconta un mondo del lavoro che sembra sempre più simile a un’arena in cui combattere una battaglia cruenta, soprattutto con l’imposizione dell’intelligenza artificiale.

Rispetto al romanzo d’origine, Park Chan-wook inserisce una riflessione su questo tema per riportare il racconto alla contemporaneità. Si tratta forse di uno dei primi film a mostrare questo scenario non più come una visione apocalittica, ma come un futuro davvero dietro l’angolo. Proprio per questo, alla fine, ci rendiamo conto di quanto ciò che Man-soo ha fatto sia stato tragicamente inutile: eliminata la concorrenza umana, arriva quella artificiale. Il finale del film è semplicemente perfetto. È la chiusura di un cerchio aperto all’inizio del racconto ed è di un’amarezza disarmante: mentre Man-soo cercava lavoro l’industria ha fatto passi da gigante, ora è tutto gestito dall’AI, che non ha nemmeno bisogno di luce e riscaldamento per lavorare (evviva!). Un lavoro per Man-soo c’è ancora, sì. Ma quanto durerà? Probabilmente poco, e il dramma ricomincerà. D’altronde questo è il progresso, bisogna adattarsi. Non c’è altra scelta.

Alberti Aurora

*Fonte: Intervista a Park Chan-wook regista di No Other Choice – individuo, società e lavoro nell’epoca dell’IA

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Commenti

2 risposte a “No Other Choice”

  1. Avatar Non un cinefilo
    Non un cinefilo

    I miei amici mi perculano perché ho preferito la grazia a no other choice, puoi spiegarmi il perché?

    1. Personalmente ho visto entrambi i film e li ho apprezzati molto ma fare un paragone mi sembra inutile trattandosi di temi, stili e visioni completamente diverse. Direi quindi che puoi ignorare i tuoi amici e continuare ad avere la tua legittima opinione 😉

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