Hamnet – Nel nome del figlio

Constatato che siamo immersi in una società sempre più individualista, con il suo nuovo film Chloé Zhao ci invita a riscoprire il teatro, il cinema e l’arte in generale come spazi di condivisione di storie ed emozioni. Per tornare a sentirci parte di un qualcosa di più grande di noi.

  • Regia di: Chloé Zhao
  • Anno: 2026
  • Durata: 150 minuti
  • Cast principale: Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn, Jacobi Jupe

Nella seconda metà del ‘500, a Stratford-Upon-Aven, William (Paul Mescal) incontra Agnes (Jessie Buckley) e se ne innamora. Nonostante la disapprovazione della famiglia di Will, a causa della reputazione di strega di Agnes, i due si sposano e hanno tre figli: Susannah e i gemelli Judith e Hamnet (Jacobi Jupe). Mentre Agnes cresce i figli in armonia con la natura, William cerca fortuna nel teatro londinese, per sfuggire all’opprimente bottega di guantaio del padre. Quando la peste arriva a Stratford e uccide Hamnet, l’equilibrio della famiglia è spezzato. Come sopravvivere a un lutto così insostenibile?

Adattamento dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, che qui è anche co-sceneggiatrice, il film di Chloé Zhao è una storia di amore e morte caratterizzata da un incontro irripetibile di forza e delicatezza.
In lizza per 8 premi Oscar, il film immagina come la morte del figlio undicenne Hamnet avrebbe ispirato a Shakespeare “Amleto”, andato in scena quattro anni dopo il lutto. Lungi dall’essere un biopic sul grande artista, o una genesi dell’opera, il film adotta un tono intimo e famigliare, che mette al centro Agnes, il suo rapporto con la natura e con la famiglia.

La natura è fondamentale in quest’opera. Zhao la inquadra dal punto di vista di Agnes, come un luogo primordiale, amico, misterioso. Figlia di una donna venuta dalla foresta, è cresciuta studiando le erbe, preparando unguenti, vagando per i boschi con il suo falco. È proprio nella foresta che accadono episodi cruciali della vita dei protagonisti e della loro famiglia. Ma mentre Agnes vive un rapporto simbiotico con la natura, William sogna la città, il palcoscenico, un pubblico, per dimostrare alla sua famiglia di valere molto di più di quanto gli abbiano sempre fatto credere.

Con la sua interpretazione viscerale, Jessie Buckley si posiziona in pole position per questa stagione degli Oscar. La sua Agnes è una vera forza della natura, fiera della sua “diversità” e mai piegata dalle convenzioni sociali. Il modo in cui l’attrice esprime le emozioni è autentico, profondo, capace di trasmetterci tutto il dolore o la gioia del suo personaggio. Non è da meno Paul Mescal, che dà vita a uno Shakespeare tormentato ma amorevole, che cerca di emanciparsi da un passato traumatico. Ma il casting più sorprendente è quello di Jacobi e Noah Jupe, fratelli che interpretano rispettivamente Hamnet e Hamlet, persona e personaggio. Jacobi, pur con poche battute, comunica un’emozione e un’intensità di sguardo che restano nel cuore, rendendo ancora più devastante la sua uscita di scena.

Il lavoro di William a Londra lo ha costretto a passare molto tempo lontano da casa. Agnes lo accusa di essere stato assente nei momenti più importanti, tra cui la morte straziante di Hamnet. Mentre il dolore di lei è palese e si riflette anche nella natura, ora grigia e morente, William si chiude in sé stesso, assorbito dal senso di colpa. La svolta arriva quando comprende che l’unico modo per affrontare quel dolore è farlo uscire, mettendolo in scena. Si chiude così un cerchio poetico: quando si erano conosciuti anni prima, Will aveva raccontato ad Agnes il mito di Orfeo ed Euridice, un amore che sfida la morte e viene sconfitto. Quel mito diventa una profezia: come Orfeo scese nell’Ade per riprendersi Euridice, William scava nel proprio dolore per ridare corpo e anima ad Hamnet attraverso la sua arte. La vita non torna, ma l’amore resta eterno.

Qui si torna alla premessa del film. All’epoca, Hamnet e Hamlet erano due nomi intercambiabili: cambiando una sola lettera, Shakespeare immagina un corso diverso per la vita del figlio, che sul palcoscenico può tornare a vivere, rispecchiandosi nella figura di Amleto. Se dopo il funerale William aveva amaramente constatato che “il mondo non si ferma per il nostro lutto”, portando quella storia a teatro costringe quello stesso mondo a fermarsi e piangere insieme a lui, rendendo suo figlio immortale.

“Hamnet” ci ricorda la funzione più nobile del teatro prima e del cinema poi: la condivisione di storie ed emozioni in cui potersi rispecchiare. In un mondo sempre più individualista, la riscoperta del dialogo e di uno spazio emotivo condiviso rendono la vita più sopportabile, anche nei momenti bui. Attraverso questa catarsi, anche Agnes riesce finalmente a sorridere: vedendo il figlio “vivere” sul palco, riesce a rivolgergli quell’ultimo saluto necessario a lasciarlo andare, trasformando la fine di una vita nell’inizio di un mito.

Alberti Aurora

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Commenti

Una risposta a “Hamnet – Nel nome del figlio”

  1. […] solo un mese dall’uscita al cinema di “Hamnet“, con questa nuova prova attoriale Jessie Buckley conferma la sua estrema versatilità, dando […]

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