Quel pomeriggio di un giorno da cani

Una giornata torrida, due rapinatori sopra le righe, un manipolo di ostaggi, e una trattativa che sembra non finire mai: il mix perfetto per un heist movie di denuncia della società americana anni ’70.

  • Regia di: Sidney Lumet
  • Anno: 1975
  • Durata: 120 minuti
  • Cast principale: Al Pacino, John Cazale, Charles Durning, Chris Sarandon, Penelope Allen

22 agosto 1972, Brooklyn. Tre giovani disadattati, reduci del Vietnam, assaltano una banca. Abbandonati poco dopo dal terzo complice, Sal (John Cazale) e Sonny (Al Pacino) restano intrappolati a causa dell’intervento immediato della polizia e decidono di prendere in ostaggio i dipendenti. Mentre Sal è disposto anche a uccidere pur di cavarsela, Sonny vuole solo uscirne con meno danni possibili. In quel torrido pomeriggio estivo inizia un estenuante negoziato tra Sonny e il tenente John Moretti (Charles Durning): la libertà degli ostaggi in cambio di un aereo per fuggire all’estero. Mentre fuori la folla sostiene i delinquenti e la televisione scava nelle loro vite, l’atmosfera dentro la banca si fa sempre più grottesca.

La cerimonia degli Oscar 1976 è entrata di diritto negli annali della storia del cinema. Candidati a miglior film quell’anno erano, oltre all’opera di Sidney Lumet, “Barry Lyndon”, “Lo squalo”, “Nashville” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. A spuntarla fu quest’ultimo, mentre “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, a fronte di sei candidature, dovette accontentarsi di una sola statuetta: miglior sceneggiatura originale. Un premio assolutamente meritato, per un film geniale tratto da un‘incredibile storia vera. Lo sceneggiatore, Frank Pierson, si è basato sull’articolo “The Boys in the Bank”, pubblicato nel 1972 sulla rivista Life, che narrava la rapina tentata da John Wojtowicz e dal complice Sal Naturile. Sebbene Wojtowicz dichiarò in seguito che solo il 30% del film era veritiero, la storia è riuscita a catturare l’essenza contraddittoria di quell’evento.

Perfettamente inserito nel contesto del cinema impegnato della New Hollywood, Lumet dirige un heist movie dove la tensione del thriller si mescola con un’atmosfera grottesca e drammatica. In un’America ancora impantanata nella guerra del Vietnam, lacerata da tensioni sociali tra civili e polizia, i rapinatori smettono di essere solo delinquenti per diventare icone di una ribellione anti-establishment. Con l’arrivo delle troupe televisive, intorno alla banca comincia a raccogliersi una folla di curiosi che acclama Sonny come un eroe quando quando sfida la polizia al grido di “Attica! Attica!”, citando la sanguinosa repressione della rivolta carceraria dell’anno precedente.* Mentre fuori la situazione è frenetica, dentro la banca l’afa insopportabile e la tensione claustrofobica ricordano l’esordio di Lumet, “La parola ai giurati”, questa volta però dall’altra parte della barricata della legge.

Il potere della folla e della televisione sono centrali nel discorso di Lumet. Il film mette in atto un ribaltamento dei ruoli: il direttore della banca è più preoccupato per i suoi dipendenti che per il denaro, Sonny e Sal sono commoventi nella loro inadeguatezza, mentre la polizia appare ambigua e subdola. La televisione trasforma Sonny in un eroe popolare regalandogli i mitici “quindici minuti di celebrità” tanto cari alla società dello spettacolo. Sidney Lumet è stato un attento indagatore del potere dei mass media, in particolare della televisione (tornerà sul tema l’anno dopo in “Quinto Potere”), capace di creare celebrità dal nulla e distruggerle quando non servono più, anche sfruttando la discriminazione. Sonny nasce e muore in tv: una volta rivelata la sua bisessualità, la folla lo deride e il suo complice lo “disconosce”, mentre la lunga telefonata con la compagna transgender Leon (Chris Sarandon) resta uno dei momenti più alti del film, grazie a una scrittura che restituisce tutta la fragilità e umanità di questi personaggi.

La sceneggiatura e la regia attenta di Lumet sono completate da un’interpretazione assolutamente straordinaria di Al Pacino. L’attore trasforma Sonny in un antieroe tragico: suda, urla, dà vita a una fisicità nervosa che trasmette tutta la disperazione di un uomo intrappolato in un piano più grande di lui. Al suo fianco, John Cazale è una spalla straordinaria: con il suo silenzio inquietante e le sue battute stralunate date da una tragica ingenuità, conferisce al film quel tono surreale che lo ha reso iconico.

A distanza di mezzo secolo, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” resta un grande distillato del cinema e della società americana anni ’70, capace di trascendere la sua epoca e parlarci ancora oggi di lotta per una società più giusta, potere manipolatore dei mass media e infine di quella instancabile richiesta di essere visti per ciò che si è: semplicemente umani.

Alberti Aurora

* Rivolta della prigione di Attica

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