Dal 1995, questo film dà voce a una rabbia che nessuno vuole vedere, quella delle periferie, tra violenza, discriminazione e vite senza futuro.
- Regia di: Mathieu Kassovitz
- Anno: 1995
- Durata: 98 minuti
- Cast principale: Vincent Cassel, Saïd Taghmaoui, Hubert Koundé
Vinz (Vincent Cassel), Saïd (Saïd Taghmaoui) e Hubert (Hubert Koundé), un ebreo, un arabo e un nero, vivono nelle banlieue di Parigi. Dopo che un ragazzo del quartiere, Abdel, è finito in coma a causa della violenza della polizia, è scoppiata una rivolta feroce e distruttiva. Nell’arco di una giornata i tre, carichi di rabbia e con una pistola tra le mani, minacciano di prendersi la loro vendetta sulla polizia mentre cercano di sopravvivere alla violenza della quotidianità, dentro e fuori il quartiere.
Presentata a Cannes nel 1995, l’opera seconda di Mathieu Kassovitz prende spunto da un fatto di cronaca reale. I titoli di testa sono infatti accompagnati da immagini degli scontri accaduti nelle periferie di Parigi nel 1993, dopo la morte di un immigrato avvenuta mentre era in custodia della polizia. Immigrazione, violenza nelle periferie, discriminazione, odio sociale: il film si è costruito negli anni una reputazione di cult per il suo modo critico e diretto di raccontare temi ancora oggi al centro del dibattito pubblico.

Il film racconta una singola giornata di questi ragazzi delle banlieue, scandita dal ticchettio di un orologio, molto più simile al timer di una bomba: nell’arco di 24 ore sono decine le situazioni potenzialmente esplosive in cui si trovano invischiati, con una tensione crescente che aspetta solo di scoppiare. Molte di queste situazioni sono provocate da loro stessi, in particolare Vinz, il più rabbioso e scontroso dei tre, alla continua ricerca di vendetta e affermazione. Al contrario Hubert, il più maturo e riflessivo, tenta diverse volte di convincere gli altri a darsi una calmata perché ha capito che “l’odio genera odio”. Non è una semplice frase fatta, è la presa di coscienza di un ragazzo che pur vivendo in un contesto di marginalità e degrado riesce a vedere benissimo quanto la violenza non dia mai una via d’uscita a nessuno. Una consapevolezza che si esplica nella battuta più famosa del film, diventata celebre proprio grazie all’efficace metafora che racconta cosa significhi vivere la vita giorno per giorno, senza certezze né prospettive:
“Questa è la storia di un uomo cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”
L’aura da cult del film si deve alla sua riuscita mescolanza di influenze stilistiche del cinema americano (vedi la citazione di Cassel dell’iconica scena allo specchio di De Niro in Taxi Driver) con una chiara critica sociopolitica che tocca diversi aspetti: la manipolazione delle notizie da parte dei mass media, l’incomunicabilità tra borghesia e proletariato, la precarietà economica come motore di disagio e odio sociale e infine l’abuso di potere e la discriminazione sistemica da parte della polizia contro le minoranze.

Premiato per la miglior regia a Cannes, il film colpisce per la sua regia spettacolare, che adotta movimenti di macchina fluidi, piani sequenza, effetti vertigo e tagli di montaggio netti capaci di enfatizzare la tensione drammatica crescente. La splendida fotografia in bianco e nero, scelta dal regista per conferire alla storia un carattere di maggiore universalità, ad accentua la durezza della vita nelle banlieue dove ogni parola e ogni sguardo hanno il potenziale di trasformarsi in tragedia.
Grande pregio del film è il suo cast, dominato da un giovane Vincent Cassel, che otterrà il successo internazionale grazie a questo film. I tre protagonisti incarnano tre modi diversi di vivere il disagio della periferia: l’ira di Vinz, la riflessività di Hubert e la buffoneria di Saïd. A legarli il “verlan”, il gergo parigino dei sobborghi, e una grande voglia di rivalsa sul mondo.
“L’odio” resta ad oggi un’opera chiave per la sua lucida analisi sulla marginalità a cui sono confinate le periferie e il drammatico impatto sociale di questo abbandono. Già allora il regista lanciava un monito a non girarsi dall’altra parte, denunciando la mancanza di una visione istituzionale e strutturata per affrontare le dinamiche dell’integrazione. Senza opportunità concrete e senza possibilità di immaginare un futuro, l’odio smette di essere solo un sentimento per trasformarsi in una scelta identitaria: l’unico modo per convincersi di esistere, essere visti ed essere parte di qualcosa di grande.
Alberti Aurora


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