Nouvelle Vague

“La realtà non prevede raccordi”: basta una frase per smontare decenni di convenzioni del cinema classico. Basta un film per fare una rivoluzione. Basta Godard per dirigerla.

  • Regia di: Richard Linklater
  • Anno: 2026
  • Durata: 106 minuti
  • Cast principale: Zoey Deutch, Guillaume Marbeck, Aubrey Dullin, Paolo Luka Noé

Parigi, 1959. Smanioso di dirigere il suo primo film dopo aver assistito all’esordio di tutti i suoi colleghi dei Cahiers du Cinema, Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck) convince il produttore Beauregard a finanziare il suo progetto, “Fino all’ultimo respiro”. Su un set gestito nella totale anarchia in nome della ricerca dell’autenticità della realtà, l’attrice di formazione hollywoodiana Jean Seberg (Zoey Deutch) incontra l’emergente e scanzonato Jean-Paul Belmondo (Aubrey Dullin), diventando ben presto con il loro regista i volti più memorabili della neonata Nouvelle Vague.

Negli anni ’50, il cinema francese ha vissuto una rivoluzione creativa destinata a fare la storia. Un gruppo di giovani critici, riuniti sotto l’egida della rivista Cahiers du Cinema, inizia a immaginare le regole di un nuovo cinema, che rompe con la tradizione per parlare in modo autentico di una società nuova, dove i giovani sono i veri protagonisti. La realtà si trasforma e la macchina da presa deve raccontarla in modo originale: spazio a riprese fatte in strada con pochi mezzi, camere a mano, montaggio discontinuo e tanta, tantissima sperimentazione. Questo nuovo modo di fare cinema, che trova il suo padre spirituale in Roberto Rossellini mette al centro la figura del regista: non un semplice mestierante ma un vero “autore“, con una precisa poetica da trasmettere al pubblico. Tra tutti quei giovani autori, Jean-Luc Godard è stato di certo il più radicale esponente di questa rivoluzione chiamata Nouvelle Vague.

Richard Linklater firma un film dal tono ironico e poetico sulla genesi di un’opera prima dirompente come poche altre nella storia, “Fino all’ultimo respiro”. Godard, che si presenta a tutti come un genio che parla per aforismi e si nasconde sempre dietro i suoi occhiali da sole, è smanioso di dirigere il suo film, eppure è incapace di scriverne la sceneggiatura. Quando finalmente il produttore decide di dargli fiducia e iniziano le riprese, Jean-Luc porta sul set l’anarchia. Linklater racconta uno ad uno quei 20 giorni di set dove il piano di lavorazione era sostituito dalla ricerca costante dell’autenticità e le rigide convenzioni registiche da una grandiosa libertà creativa, fatta anche di battute scritte il mattino stesso delle riprese e soluzioni operative molto creative. Quando la segretaria di edizione cerca di rimuovere una tazza che non c’era nella scena precedente Jean-Luc dice che “la realtà non prevede raccordi”, aprendo la strada alla totale anticonvenzionalità della sua opera.

Quella portata da Godard e colleghi è stata un’ondata di rinnovamento irrefrenabile, che ha aperto la strada a un altro modo di fare cinema, del tutto anti-hollywoodiano. Questa rottura spiazzante con il cinema classico è rappresentata efficacemente dal personaggio di Jean Seberg: divenuta nota al grande pubblico grazie al suo lavoro nei film del tirannico Otto Preminger, si trova assolutamente fuori posto sul set di Godard (“che non è certo Truffaut”), vedendo in lui un atteggiamento che oscilla tra il grande esperto e il dilettante alle prime armi. Alcune tra le sequenze più divertenti di “Nouvelle Vague” vedono protagonista proprio Jean parodiare i manierismi di Jean-Luc e le sue divagazioni intellettuali, esasperata da una modalità di lavoro del tutto imprevedibile che non le permetteva mai di prepararsi.

Linklater riesce a trasportarci indietro nel tempo, in quella Parigi romantica e oramai iconica, girando con una pellicola 35 mm e ricostruendo con grande cura atmosfere, ambienti, costumi di un set irripetibile. Una cura evidente anche nelle scelte di casting, che rivelano giovani attori per lo più con poca esperienza alle spalle ma davvero in parte e straordinariamente simili nell’aspetto ai loro personaggi.

Il regista firma un’opera originale che fonde il tributo, la ricostruzione storica e la messa in scena, raccontando il dietro le quinte di un film e dell’atmosfera che lo ha plasmato. Per non scadere nel semplice remake, la regia sceglie prospettive originali, mostrando il divertente controcampo delle scene più note del film, come ad esempio Godard col direttore della fotografia nascosto in per riprendere gli attori che passeggiano sugli Champs-Élysées. Tuttavia, l’omaggio di Linklater non si limita a Godard, ma ricorda l‘intera “banda” dei Cahiers: da Truffaut a Chabrol a Varda, il film li presenta come in un album di famiglia. È una visione profondamente romantica, che ci ricorda come un gruppo di giovani sognatori abbia fatto della settima arte la propria ragione di vita, trasformando l’ossessione cinefila in rivoluzione. “Nouvelle Vague”, allora, smette di essere solo un titolo per farsi concetto: un cinema fatto da chi ama il cinema, per chi non può fare a meno di amarlo.

Alberti Aurora

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