Un film che alla sua uscita era classificato come fantascienza e che oggi siamo a un passo da definire documentario: in dieci anni l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante, così come la paura che provoca
- Regia di: Alex Garland
- Anno: 2014
- Durata: 108 minuti
- Cast principale: Alicia Vikander, Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Sonoya Mizuno
Nathan Bateman (Oscar Issac) è il misterioso genio fondatore di BlueBook, l’azienda che ha sviluppato il principale motore di ricerca al mondo. Caleb (Domhnall Gleeson), giovane programmatore che lavora a BlueBook, vince un concorso per trascorrere una settimana a casa di Nathan: una volta arrivato scopre che questa casa ipertecnologica non è altro che un enorme laboratorio di ricerca, in cui Nathan ha costruito un androide dotato di intelligenza artificiale chiamato Ava (Alicia Vikander). Il compito di Caleb sarà quello di testare Ava attraverso il test di Turing, per stabilire se ha reale coscienza di sé e se può relazionarsi con gli altri come farebbe un umano. Sarà proprio durante queste conversazioni con Ava che Caleb scoprirà di non potersi fidare di Nathan e porterà a galla i suoi terribili segreti.

“Ex Machina” è stato il primo film da regista di Alex Garland, oggi nome acclamato del cinema indipendente di fantascienza (un paio di mesi fa era al cinema il suo ultimo film, “Civil War”). Prima di arrivare alla regia, Garland è stato romanziere e sceneggiatore, lavorando sempre nell’ambito della fantascienza e dell’horror. All’epoca della sua uscita il film è stato un grande successo, tanto da essere considerato oggi un punto di riferimento per il genere fantascientifico. Certo non è il primo film a trattare la tematica dell’intelligenza artificiale e degli androidi che prendono coscienza di sé, ma lo fa in un modo memorabile perché nel suo essere fantascientifico è anche fortemente riconducibile alla realtà, concentrandosi su questioni che oggi sono all’ordine del giorno nel dibattito pubblico come l’umanizzazione delle macchine e la loro capacità di sostituirsi alle persone.
Ava è un’intelligenza artificiale consapevole di essere tale, ma allo stesso tempo profondamente umana, che ha conosciuto l’umanità grazie all’accesso ai dati raccolti da Bluebook che, in quanto compagnia proprietaria di un motore di ricerca e un sistema operativo per cellulari, ha accesso ai dati di praticamente tutte le persone del pianeta (in un esplicito rimando all’inquietante strapotere dei big della Silicon Valley: Google, Apple e Microsoft). Quando arriva Caleb, Ava vede in lui la sua opportunità per poter finalmente sfuggire al giogo di Nathan, che la tiene chiusa in una stanza, negandole la libertà.

Nathan è l’evoluzione in stile ventunesimo secolo dell’archetipo dello scienziato pazzo, con particolare rimando alla figura del Dr. Frankenstein, che con il suo lavoro crea la vita in modo artificiale. Vive come un eremita ossessionato dal suo lavoro che si è spinto oltre ogni regola etica per cercare di rendere sempre più indefinito il confine tra uomo e macchina. Ava è solo l’ultima di una lunga serie di androidi sempre più umani creati da Nathan, che però li considera sempre e solo macchine. Ma se una macchina è capace di provare sentimenti, di aspirare alla libertà, di sfruttare gli altri per i propri fini, si può ancora parlare solo di macchina? Si può ancora pensare semplicemente di spegnerla o bisogna parlare di ucciderla? Quando arriveremo a costruire macchine avanzate come Ava (perché non è più questione di se, ma di quando) allora dovremo avviare un serio dibattito su quale sia l’atteggiamento giusto da adottare nei loro confronti, perché non sarà più possibile un rapporto di dominio di tipo creatore-creatura. Il modo in cui tratteremo l’intelligenza artificiale determinerà il modo in cui lei tratterà noi: il cinema insegna che dovremo essere prudenti.
Alberti Aurora


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