Race come razza, race come corsa: basta una parola per riassumere le due direttrici del film dedicato a Jesse Owens e al suo trionfo nelle controverse Olimpiadi di Berlino del 1936
- Regia di: Stephen Hopkins
- Anno: 2016
- Durata: 134 minuti
- Cast principale: Stephan James, Jason Sudeikis, Jeremy Irons, Carice van Houten, David Kross
James “Jesse” Owens (Stephan James) è un ragazzo afroamericano che entra a far parte della squadra di atletica dell’Ohio University allenata da Larry Snyder (Jason Sudeikis), con il sogno di partecipare alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Mentre negli Stati Uniti infiamma il dibattito per decidere se la squadra nazionale debba partecipare o meno alle Olimpiadi, che si terranno nel cuore del neonato regime nazista, Owens si fa un nome nel mondo dello sport diventando un simbolo per la comunità nera, che gli chiede di non partecipare per solidarietà con le comunità discriminate in Germania. Dopo lunghe riflessioni Owens decide di andare a Berlino, e il resto è storia: quattro medaglie d’oro vinte e un nuovo record mondiale stabilito per il salto in lungo (8,13 m), che sarebbe stato battuto solo 25 anni dopo.

In un clima di razzismo imperante la strada per Owens sembrava tutta in salita, sia in patria dove la segregazione razziale era la quotidianità, sia alle Olimpiadi che, svolgendosi nella Germania nazista, rischiavano di vedere esclusi atleti neri ed ebrei. Proprio questo era il fulcro del dibattito negli Stati Uniti: boicottare come segno di protesta contro le politiche discriminatorie del regime [ironico da parte di un paese segregazionista] o partecipare comunque in nome della sportività e per dimostrare il valore degli atleti tutti, indipendentemente da sesso, razza e religione?
Se la prima parte del film si concentra sulla crescita sportiva di Owens e sul dibattito negli USA, la seconda è quella più emozionante, dedicata alle pagine di storia che sono state scritte durante i Giochi. Le Olimpiadi più controverse della storia sono state, infatti, testimoni di uno dei momenti più alti della sportività tra atleti, che ha visto protagonisti proprio Jesse Owens e Lutz Long, atleta tedesco tra i favoriti per l’oro nel salto in lungo. Quando Owens resta con un ultimo tentativo dopo aver sbagliato i primi due salti, Long gli consiglia il punto migliore da cui saltare aiutandolo a qualificarsi per le gare, durante le quali Owens stabilisce il nuovo record mondiale: il primo a congratularsi con lui è proprio Long, che arriva secondo (non è spoiler, è Storia!).

Le scene di Owens e Long sono le più belle del film: la loro è una storia emozionante (diventata anche una grande amicizia), che ancora oggi ci ricorda come lo sport sia un valore universale, capace di unire culture e popoli diversi, superando ogni pregiudizio in nome del raggiungimento di un sogno. Perché quando grandi atleti come questi si incontrano, a vincere non è una nazione o l’altra ma è lo sport, per il quale “non ci sono bianchi e neri, solo veloci e lenti“.
“Race” è un film che punta tutto sull’emotività, sull’empatia con il suo protagonista, che nonostante mille difficoltà è riuscito a raggiungere la vetta del suo sport, diventandone un simbolo. In occasione di queste Olimpiadi, il film merita davvero di essere recuperato perché è la perfetta rappresentazione di tutti i valori di questa manifestazione, che si riassumono nel motto Citius, Altius, Fortius – Communiter, che significa “Più veloce, più in alto, più forte – insieme“.
Alberti Aurora
PER APPROFONDIRE
Jesse Owens e Lutz Long appaiono anche in “Olympia”, documentario del 1936 girato da Leni Riefenstahl, la principale regista al servizio della propaganda nazista (che appare anche in “Race”). Il regime nazista ha realizzato un documentario sulle Olimpiadi per celebrare la presunta superiorità degli atleti ariani. Ciò nonostante, tra immagini di Hitler e retorica, trovano spazio anche le immagini del salto che ha fatto guadagnare la vittoria a Jesse Owens, seguiti da un’inquadratura di Lutz Long che si avvicina per congratularsi. Quell’aperto gesto di ribellione di Long nei confronti del regime gli è costato caro: arruolato nell’esercito a forza, è stato spedito in Sicilia nel 1943, dove è morto durante l’invasione americana. Owens e Long non si erano mai più rivisti ma avevano mantenuto una corrispondenza poi portata avanti dai loro figli.


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