Quando il politically correct va contro i suoi stessi interessi: Jeffrey Wright protagonista di una satira pungente sulla società americana e sul complesso rapporto tra rappresentazione e media
- Regia di: Cord Jefferson
- Anno: 2024
- Durata: 117 minuti
- Cast principale: Jeffrey Wright, Sterling K. Brown, Leslie Uggams, Erika Alexander, Tracee Ellis Ross
Thelonius ‘Monk’ Ellison (Jeffrey Wright) è un professore universitario e scrittore afroamericano che vive un periodo di blocco creativo causato dallo sdegno per un mercato letterario, dominato dai bianchi, che pretende dagli scrittori neri solo letteratura “black” ovvero ricca di stereotipi su violenza, droghe, gangster e miseria, l’unico tipo di racconto della comunità nera che i bianchi sembrano considerare autentico. Monk, che scrive libri totalmente estranei a questi stereotipi, viene spesso rifiutato dagli editori e vende pochissimo, proprio perché la sua scrittura non è considerata “abbastanza nera”.
Questo film, tratto dal romanzo “Erasure” di Percival Everett, è una satira pungente sulla società americana e su quell’ondata di politically correct fatta di malcelato buonismo, che ha portato nei casi più eclatanti (sempre più frequenti a dire il vero) le categorie avvantaggiate a indignarsi per conto di altri, senza però preoccuparsi di sentire opinioni e punti di vista dei diretti interessati. Emblematica in questo senso la scena iniziale del film, che imposta il tono della storia: una studentessa bianca si indigna perché Monk, nel suo corso di letteratura americana, ha scritto alla lavagna la N-word contenuta nel titolo di un libro di metà ‘900; la ragazza, totalmente incapace di ricondurre il termine al suo contesto storico, si sente offesa sul personale e continua a interrompere la lezione di Monk che, seccato, la caccia dall’aula.

Monk viene così allontanato dall’università e torna a casa dalla sua famiglia, ritrovandosi in una situazione difficile dovuta alla diagnosi di Alzheimer di sua madre e a un rapporto complicato con il fratello e la sorella. Il film si sviluppa su due livelli narrativi: la storia famigliare di Monk e i suoi rapporti con gli altri personaggi e il tema del razzismo, nella sua nuova declinazione di un politically correct esagerato.
Monk fatica a stringere legami con le altre persone perché si sente intellettualmente superiore, e in particolare ritiene le sue opere migliori di quelle di altri autori neri che parlano dei temi che vogliono sentire i bianchi, come il libro dell’autrice Sintara Golden che è un caso editoriale perché segue in toto il copione previsto, raccontando di povertà, droghe e violenza con un linguaggio gergale.
In un momento di frustrazione, Monk si mette a scrivere un libro sotto pseudonimo sulle famose tematiche black richieste dal mercato e prova a inviarlo per scherzo a degli editori che invece sono entusiasti e gli fanno offerte esorbitanti per pubblicarlo, portando a un’inevitabile sconcerto per Monk diviso tra conflitti morali e necessità economiche, intrappolato nello stesso sistema che disprezza.

Il film ha diversi momenti molto interessanti, in particolare quelli metanarrativi, come la scena in cui Monk inizia a suggerire le battute ai personaggi che sta scrivendo che improvvisamente hanno preso vita, oppure i possibili finali che immagina per la sua storia, che è poi il film che stiamo guardando.
Vincitore dell’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale, “American Fiction” deve moltissimo ai dialoghi, ricchi di humor e battute argute (da vedere assolutamente in lingua originale per godersele al massimo), che fanno ridere di gusto ma allo stesso tempo fanno riflettere sull’assurdità di certi comportamenti adottati dai bianchi nei confronti delle altre comunità, che sentono il dovere morale di difendere, avendo però sempre l’ultima parola sui modi giusti per farlo.
Il film in qualche modo critica quello stesso sistema che lo ha portato poi a vincere un Oscar, perché è risaputo che a Hollywood e all’Academy ultimamente interessano molto le storie che promuovono la diversità, la rappresentazione di varie comunità e l’inclusività ma, come dimostra il film, spesso questo interesse è solo di facciata e non vuole promuovere queste storie per reale interesse, ma soltanto per poter dire di averlo fatto e guadagnarci qualcosa in reputazione. Un finale molto amaro, che riflette l‘ipocrisia della nostra società.
PER APPROFONDIRE
I temi della rappresentazione e dell’inclusività sono di primo piano nel dibattito pubblico degli ultimi anni e questo si riflette anche sull’industria cinematografica, che cerca di stare al passo con la società che cambia. A volte però, l’estremizzazione di quelle che sarebbero delle nobili cause genera obblighi e forzature che neanche il pubblico dei diretti interessati sembra apprezzare, rischiando così di remare contro le stesse cause che si vorrebbero sostenere. Per approfondire uno dei modi in cui il dibattito si interseca con il cinema, rimando a questo articolo che parla dei nuovi standard necessari perché un film possa concorrere nella categoria del Miglior Film agli Oscar: regole che hanno trovato sia critiche che sostegno nella comunità cinematografica.
Alberti Aurora


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