L’informazione al servizio della politica, la strumentalizzazione della cronaca e la gogna mediatica: temi centrali nel film di Bellocchio che, nonostante l’uscita al cinema più di 50 anni fa, si dimostra di un’attualità inquietante
- Regia di: Marco Bellocchio
- Anno: 1972
- Durata: 93 minuti
- Cast principale: Gian Maria Volonté, Fabio Garriba, Laura Betti, Carla Tatò, John Steiner
Nell’Italia dei primi anni ’70 lo scontro politico violento è all’ordine del giorno, soprattutto alla vigilia delle elezioni. Quando a Milano viene ritrovato il cadavere di una studentessa di buona famiglia vittima di stupro, il caporedattore del quotidiano di destra “Il Giornale”, Giancarlo Bizanti (Gian Maria Volonté), decide di attivarsi in prima persona per strumentalizzare la vicenda a fini politici, trovando un capro espiatorio, un “mostro da sbattere in prima pagina”, tra le file dei militanti della sinistra extraparlamentare che si erano resi protagonisti, nei giorni precedenti, di un attacco alla sede de “Il Giornale”.
Tornato al cinema in occasione del suo restauro in 4K effettuato da L’immagine Ritrovata di Bologna, il film di Marco Bellocchio, uscito al cinema 52 anni fa, si presenta come un’opera di grande attualità nel suo racconto di un’Italia divisa da uno scontro politico polarizzante, mass media che costruiscono casi mediatici appositamente per influenzare gli elettori e processi che si tengono ovunque meno che nei tribunali. Ma i legami con l’attualità non si limitano alle tematiche, anzi ci sono due elementi ben riconoscibili anche oggi: a inizio film vediamo il cameo di un Ignazio La Russa a inizio carriera, che tiene un comizio anticomunista, e poi c’è “Il Giornale” dove lavora Bizanti. Non si tratta del suo omonimo che conosciamo oggi, perché quello è stato fondato da Indro Montanelli soltanto nel 1974, due anni dopo l’uscita del film, ma la direzione politica è simile e non è improbabile che il fondatore si sia ispirato proprio al film per il nome.

Il film ha la particolarità di aver raccontato in diretta la sua contemporaneità: le prime scene sono riprese del funerale di Giangiacomo Feltrinelli, fondatore della casa editrice e militante di estrema sinistra morto nel marzo del 1972, mentre a maggio si sarebbero tenute le elezioni politiche, per cui il clima preelettorale in cui si svolge la vicenda è del tutto reale. Anche il caso della ragazza trovata morta richiama un caso di cronaca nera accaduto l’anno precedente, l’omicidio di Milena Sutter, una ragazzina uccisa a Genova.
La storia si concentra soprattutto sulla creazione del mostro, sulla ricerca da parte di Bizanti di qualcuno da incolpare per l’omicidio, precedendo il lavoro della polizia, anzi influenzandolo. Perché quello che racconta Bellocchio è un contesto in cui stampa, polizia e politica si aiutano e si proteggono a vicenda per fare i propri interessi. Bizanti individua come colpevole un militante di sinistra che aveva una relazione con la vittima e si avvale della testimonianza di una donna gelosa e inaffidabile (interpretata da Laura Betti) per confermare la sua tesi: a quel punto inizia il processo mediatico, costruito su prove circostanziali e testimonianze dubbie, che rende il ragazzo irrimediabilmente colpevole agli occhi dei lettori de “Il Giornale”.

Questo film non avrebbe la stessa forza senza la magistrale interpretazione di Gian Maria Volonté: il suo Bizanti è un uomo freddo, calcolatore, più stratega che giornalista, che non si fa scrupoli a strumentalizzare una vicenda drammatica per i suoi fini. L’essenza del personaggio è condensata nella scena della “lezione di giornalismo” in cui Bizanti spiega a Roveda, l’ultimo arrivato in redazione, come scrivere il titolo di un articolo per non farlo pesare troppo sulle coscienze dei lettori, trasformando un “disperato disoccupato padre di cinque figli” in un “immigrato, una parola sola che contiene implicitamente gli altri concetti e dà un’informazione in più”. Una scena inquietante soprattutto per la sua attualità.
All’epoca della sua uscita il film non ha avuto molto successo ed è considerato un titolo minore nella produzione di Bellocchio, che lo ha ereditato in corsa da Sergio Donati, autore di soggetto e sceneggiatura. Il regista ha sicuramente impresso al film una visione parziale in quanto militante di sinistra, concentrandosi sui misfatti di una sola parte politica e della polizia, che usa metodi fascisti. Ciò nonostante si tratta di uno dei film invecchiati meglio nella filmografia di Bellocchio, e questo dice tanto sulla realtà preoccupante in cui ci troviamo a vivere oggi.
Alberti Aurora
PER APPROFONDIRE
Abbiamo parlato in questa recensione della grandiosa interpretazione di Gian Maria Volonté: l’attore è stato uno dei massimi esponenti del cinema italiano degli anni ’70, in particolare della corrente del cinema politico o d’impegno, volto a denunciare situazioni sociali scomode o casi di cronaca particolarmente rilevanti. Il cinema politico è nato negli anni ’60 ed è rimasto in voga fino a metà anni ’70, raccontando uno dei decenni più difficili della storia del nostro paese, segnato da profonde trasformazioni economiche, politiche e sociali poi sfociate negli anni di piombo. Questa stagione del cinema italiano ha prodotto grandi capolavori, molti dei quali con protagonista proprio Volontè. Alcune delle sue interpretazioni migliori sono in: “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “La classe operaia va in paradiso” e “Todo Modo” di Elio Petri; “Il caso Mattei” e “Uomini contro” di Francesco Rosi; infine “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo.


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