Divorzio all’italiana

Quando la satira si fa portabandiera del progresso sociale: Pietro Germi racconta con toni grotteschi la vergogna del delitto d’onore in un’Italia arcaica e conservatrice, ancora lontana dalle rivoluzioni sociali degli anni ’70

  • Regia di: Pietro Germi
  • Anno: 1961
  • Durata: 105 minuti
  • Cast principale: Marcello Mastroianni, Daniela Rocca, Stefania Sandrelli, Leopoldo Trieste

Nella Sicilia dei primi anni ’60, il barone Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni), innamorato della sua giovane cugina Angela (Stefania Sandrelli) decide di escogitare un piano per liberarsi dell’assillante moglie Rosalia (Daniela Rocca), con cui è sposato da dodici anni. Non essendo ancora legale il divorzio, l’unica soluzione fattibile per il barone è il delitto d’onore. Quando torna in città Carmelo (Leopoldo Trieste), l’ex spasimante di Rosalia dato per morto in guerra, il barone fa di tutto per farsi tradire dalla moglie e cogliere gli adulteri in flagrante…

Trasformando in un racconto satirico e grottesco il romanzo drammatico di Giovanni Arpino, “Delitto d’onore”, Pietro Germi ha dato vita a un film straordinario, vincitore di innumerevoli premi, tra cui l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale nel 1963, il cui titolo è stato anche parafrasato per coniare il termine “commedia all’italiana“, filone della commedia di cui questo film è uno dei più alti esponenti.

Tema centrale del film è la critica feroce mossa da Germi alla mentalità arcaica, tipica della provincia meridionale, che sosteneva fermamente il delitto d’onore, definito dall’articolo 587 del codice penale, che permetteva a un uomo condannato per uxoricidio di ottenere una significativa riduzione della pena nel caso in cui il delitto fosse stato commesso per salvaguardare il proprio “onore”, ovvero per infedeltà della moglie scoperta sul fatto. Si trattava di una legge vergognosa, risalente all’800 e abolita drammaticamente tardi, nel 1981: purtroppo nell’arco di più di un secolo molti si sono avvalsi di questa “possibilità”, in un paese in cui non era possibile divorziare.

E questa è l’altra critica mossa dal film, che in qualche modo si fa portabandiera della parte più progressista della società, sottolineando la necessità di una legge sul divorzio, che avrebbe potuto evitare molti delitti d’onore commessi, come nel caso del film, soltanto per stare con qualcun altro. Ma in un paese da sempre influenzato dalla Chiesa e governato per decenni dalla Democrazia Cristiana, prima di arrivare all’approvazione della legge ci sono voluti tempo, proteste e grandi compromessi. Finalmente nel 1970, nove anni dopo l’uscita di questo film, la legge è arrivata, segnando l’inizio di una grande stagione di riforme sociali per il nostro paese.

L’enorme successo di questo film si deve in buona parte all’interpretazione magistrale di Marcello Mastroianni, che qui ha dato vita a uno dei suoi personaggi più iconici. Il suo Barone Cefalù – capelli impomatati, baffetti, sguardo sornione e sigaretta perennemente in bocca – è entrato nella memoria collettiva per la sua essenza tragicomica. Il tono grottesco del racconto riesce ad alleggerire il peso di una storia altrimenti drammatica. Memorabili ad esempio i momenti in cui il barone ha assurde visioni su vari modi di uccidere la moglie, oppure quando ascolta le conversazioni registrate dei due amanti, sperando inutilmente di coglierli sul fatto.

Per questo ruolo Mastroianni ha ricevuto la candidatura all’Oscar, ma se la sua performance ha tanta forza è anche grazie al supporto di un cast eccezionale. Stefania Sandrelli, appena quindicenne, ha dato un’ottima prova d’attrice come giovane donna innamorata e determinata a prendersi ciò che vuole mentre Daniela Rocca, appositamente imbruttita per il ruolo, ha dato vita a una donna amorevole ma appiccicosa, opprimente come il caldo siciliano che accompagna la vicenda.

“Divorzio all’italiana” rimane ancora oggi una delle commedie più rilevanti del cinema italiano, capace di denunciare con sarcasmo una società arcaica piegata a una legislazione patriarcale vergognosa. Racconto di un’Italia che non vogliamo vedere mai più.

Alberti Aurora

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