A volte il mentore che ti serve è quello che non ti aspetti. Questo vale per Giulio, che inseguendo il bicchiere della staffa con due cinquantenni spiantati, scopre un nuovo modo di vivere la vita.
- Regia di: Francesco Sossai
- Anno: 2025
- Durata: 82 minuti
- Cast principale: Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Filippo Scotti, Andrea Pennacchi, Roberto Citran
Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due cinquantenni accaniti bevitori, sempre in giro a cercare e rimandare il bicchiere della staffa*. La sera prima di andare a prendere il loro amico Genio (Andrea Pennacchi), di ritorno dall’Argentina dopo vent’anni, i due decidono di fare un viaggio alcolico fino a Venezia. Qui incontrano Giulio (Filippo Scotti), timido studente di architettura incapace di approcciare la ragazza che gli piace. I due lo “prendono sotto la loro ala”, insegnandogli a godersi di più la vita e imparando a loro volta qualcosa da lui, in un road trip tra bar e ricordi nella pianura veneta.
Presentato nella sezione Un Certain Regard all’ultimo Festival di Cannes, il film di Francesco Sossai sta facendo molto parlare di sé in queste settimane, dopo essere stato definito da più voci il miglior film italiano dell’anno. Si tratta effettivamente di un’opera innovativa e ben riuscita, sia sul piano della scrittura dei protagonisti, sia per la riflessione sul territorio, anzi la terra, in cui si svolge la vicenda, una malinconica pianura veneta che ha perso la sua anima più provinciale. Il risultato è un film che racconta tematiche universali, adottando però uno sguardo assolutamente locale.

Verso l’inizio del film, un turista tedesco dice: “Sono venuto a vedere l’Italia prima che voi italiani la roviniate” e Carlobianchi risponde: “Mi sa che sei arrivato tardi allora”. Uno scambio ironico, ma che rivela da subito il tono di amarezza su cui si gioca il film, in particolare nella sua riflessione sul lavoro, su quell’industria del nord costruita dai grandi imprenditori sulle spalle di operai sfruttati. Carlobianchi, Doriano e Genio hanno vissuto proprio questa condizione, almeno fino alla crisi del 2008, che ha portato conseguenze disastrose al tessuto economico-sociale del paese e, nel piccolo, ha dissolto il trio di amici.
L’altro punto cardine del film è la riflessione sulle trasformazioni che hanno cambiato il volto della provincia. I protagonisti ricordano la loro giovinezza negli anni ’90, tra uscite al bar, avventure con gli amici e vita di paese, come l’ultima bella stagione della loro vita. Un patrimonio di socialità che si è perso in un presente dominato dalla città, dal consumismo e dalla velocità della vita. Il grigiore della pianura, del cemento e della nebbia, si fa quindi metafora dello smarrimento di una popolazione che ha pagato il benessere economico (circoscritto) con la perdita della sua anima più pura.

Il vagare continuo dei protagonisti alla ricerca dell’ultimo bicchiere, è l’unico modo che hanno di opporsi a una società in cui non si riconoscono, mantenendo vivi i valori dell’amicizia e della convivialità.
Il loro contraltare, Giulio, è un giovane già ingabbiato in una visione del mondo rigidamente scandita da obiettivi da raggiungere e tempi da rispettare, che inconsapevolmente lo opprime. Il rapporto tra i tre si configura come un incontro/scontro generazionale che, grazie a un dialogo aperto, diventa un momento di crescita comune. Se il trio funziona così bene è grazie alle interpretazioni complementari degli attori. Il Carlobianchi di Sergio Romano è quello più brillante, capace di enunciare teorie economiche partendo da una fetta di salame. Insieme al Doriano di Pierpaolo Capovilla, sono una coppia di irresistibili filosofi da bancone, disillusi sulla vita ma sempre con il sorriso. Filippo Scotti invece rende con sincerità l’arco trasformativo del suo Giulio, che in due giorni con questi uomini scopre un nuovo modo di vivere la vita.
Tra i tanti luoghi attraversati da questo road movie, una tappa importante è il memoriale Brion, situato vicino a casa dei due amici, visitato da turisti di ogni dove e di cui loro non conoscono nemmeno l’esistenza. È proprio Giulio a guidarli alla scoperta di questo sito, mettendo in pausa il loro peregrinare infinito per far provare loro l’esperienza di fermarsi, riflettere, vivere un luogo. E la forma del memoriale, due cerchi intersecati, è simbolica del rapporto tra loro tre, con Giulio come elemento di intersezione e nuova consapevolezza.
Sossai ha riunito un cast di altissimo livello, che conta anche Roberto Citran e Andrea Pennacchi in piccoli ruoli, per un road movie filosofico e mai scontato, in cui la corsa all’ultimo bicchiere diventa metafora di un tentativo ostinato di non perdere sé stessi e i propri valori, in una società che fa di tutto per schiacciarli. Le storie costruite come viaggi di formazione non sono rare nella storia del cinema, ma in questo caso l’affettuosa amarezza dello sguardo e la perfetta sintonia tra paesaggi e stati d’animo rendono il film un gioiellino di umorismo intelligente ad alto tasso alcolico.
Alberti Aurora
* Il bicchiere della staffa è l’ultimo bicchiere che si beve prima di congedarsi dagli amici e tornare a casa a riposare.


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