Cento anni fa Fritz Lang ci raccontava un 2026 distopico, in cui pochi ricchi vivono, incuranti, sulle spalle di milioni di lavoratori oppressi.
Oggi dobbiamo affermare, con amarezza, che la distopia è diventata attualità.
- Regia di: Fritz Lang
- Anno: 1927
- Durata: 87 minuti
- Cast principale: Brigitte Helm, Gustav Fröhlich, Alfred Abel, Rudolf Klein-Rogge
In un distopico 2026, la città di Metropolis è rigidamente divisa in due livelli. Nel sottosuolo vivono, costretti a turni massacranti, i lavoratori. Di sopra, tra agi e bellezza, vivono i ricchi incuranti delle vite degli operai. Un giorno Freder (Gustav Fröhlich), figlio dell’imprenditore-dittatore Joh Fredersen (Alfred Abel), incontra Maria (Brigitte Helm), profeta della classe operaia. Seguendola nel sottosuolo, Freder scopre le terribili condizioni di vita dei lavoratori e l’impegno di Maria per realizzare una mediazione tra quelle che definisce “le braccia e il cervello” della città. Per scongiurare questa mediazione, Joh ordina allo scienziato Rotwang (Rudolf Klein-Rogge) di rapire Maria e sostituirla con un robot che istigherà gli operai alla ribellione.
Un secolo fa usciva nelle sale un film che avrebbe rivoluzionato per sempre la storia del cinema. Canto del cigno dell’espressionismo tedesco, antesignano della migliore fantascienza novecentesca e capolavoro di Fritz Lang: tutto questo è “Metropolis”, un’opera profetica, capace di immaginare un 2026 tristemente attuale. Tratto dal romanzo omonimo scritto nel 1926 da Thea Von Harbou, moglie di Lang, il film non fu accolto sempre positivamente a causa del finale conciliante e della piena adesione dell’autrice al partito nazista. Al contrario Lang, ebreo per parte di madre, lasciò ben presto la Germania per gli Stati Uniti.

Se oggi continuiamo a celebrare questo film come un capolavoro è soprattutto per il comparto scenografico. L’ispirazione per questa visionaria città del futuro è venuta a Lang dopo una visita a New York, l’emblema del progresso e della modernità. Strade sopraelevate e palazzi avveniristici si innalzano intorno alla “Nuova Torre di Babele“, il grattacielo simbolo del potere di Joh Fredersen. Ma il progresso viene con un lato oscuro, un’industria basata sullo sfruttamento sistematico dei lavoratori. Per rendere visivamente il concetto, Lang cita a sua volta un classico, “Cabiria” (1919) di Giovanni Pastrone, trasformando la grande macchina che alimenta la città in Moloch, mostro che ingoia gli operai nelle sue fauci infernali. Questa inquietante visione che Freder ha quando scende nel sottosuolo segna la sua presa di coscienza di un conflitto di classe estremo: non un normale rapporto padrone-operai, ma più simile a quello tiranno-schiavi.
Anche sul lato interpretativo il film è affascinante. La recitazione estremamente teatrale e sopra le righe risente delle ultime influenze espressioniste. Rudolf Klein-Rogge, con la sua interpretazione di Rotwang, delinea l’archetipo dello scienziato pazzo tante volte ripreso al cinema. Ma la vera impresa è quella compiuta da Brigitte Helm che, nemmeno diciottenne e al suo esordio, è riuscita a interpretare con una potenza incredibile due personaggi agli estremi opposti, Maria e Falsa Maria, l’angelo e il demone. Di tutt’altro tenore la recitazione di Alfred Abel nei panni di Joh Fredersen: imperturbabile, disinvolto eppure crudele fino al midollo. In lui riconosciamo l’immagine del moderno tiranno: il magnate interessato solo al potere e al denaro, privo di empatia per chiunque oltre sé stesso.

Nel film abbondano i riferimenti iconografici al cristianesimo, il cui messaggio di pace chiude anche il racconto. Maria, profeta degli operai, li riunisce nelle catacombe della città per raccontare loro la vicenda della Torre di Babele: la mancanza di visione comune tra “le braccia e il cervello” generò il caos, proprio come ora sta accadendo a Metropolis. Un’altra immagine evocativa è quella di Freder che sorregge, esausto, le lancette di un macchinario a orologio gridando: “Padre! Padre! Queste dieci ore avranno mai fine?”. L’orologio è la nuova croce della modernità, perché detta il tempo di un lavoro disumano che diventa sacrificio, condanna dell’uomo comune.
Vedere oggi un film che cento anni fa era considerato distopico e riconoscerne l’attualità è una sensazione davvero amara. Lavoratori sfruttati fino all’esasperazione, élite di imprenditori-politici che decidono le sorti del mondo, società sempre più polarizzate e una propaganda al servizio del potere che manipola le masse. Rifiutando le opzioni violente della rivoluzione e della devastazione della città, Fritz Lang chiudeva il suo film con un gesto di speranza, una mediazione tra le classi sociali. Ad oggi, quel finale sembra essere l’elemento più fantascientifico dell’opera.
Alberti Aurora
PER APPROFONDIRE
Metropolis è davvero uno di quei film fondamentali che tutti, ma soprattutto chi ama la fantascienza, dovrebbero vedere almeno una volta nella vita, anche solo per poter cogliere le centinaia di riferimenti fatti in altre opere.
Citazioni visive del film si trovano in “Blade Runner”, “Terminator”, “Brazil”, “Guerre Stellari”, “Matrix”, e di recente “Povere creature!”. In “Guerre Stellari” l’ispirazione è una delle più evidenti: l’aspetto di C-3PO è stato fortemente ricalcato su quello del robot Falsa-Maria (con ben altra personalità!). L’influenza del film non si limita al cinema: alcune immagini si trovano nel videoclip di “Radio Ga Ga” dei Queen e di “Express Yourself” di Madonna.


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