L’avvocato del diavolo

Se la vanità è il peccato preferito del diavolo, il 21esimo secolo deve essere il suo capolavoro.

  • Regia di: Taylor Hackford
  • Anno: 1997
  • Durata: 170 minuti
  • Cast principale: Al Pacino, Keanu Reeves, Charlize Theron, Connie Nielsen

Kevin Lomax (Keanu Reeves), giovane avvocato della Florida noto per non aver mai perso un caso, viene contattato per lavorare in un prestigioso studio legale di New York. Trasferitosi in città con la moglie Mary Ann (Charlize Theron), Kevin viene affascinato da prospettive di ricchezza e carriera dal suo carismatico capo, John Milton (Al Pacino). Mentre gli uomini da difendere diventano sempre più indifendibili, Kevin continua a vincere mettendo alla prova la sua morale, la salute mentale di Mary Ann inizia a vacillare e John diventa una presenza sempre più inquietante nella vita della coppia.

Brama di potere, denaro, vanità, egoismo: sono questi i grandi temi attorno a cui ruota questo film di Taylor Hackford, basato sull’omonimo romanzo di Andrew Neiderman, che nel 1997 rifletteva sulla corruzione morale della società. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, quella riflessione è diventata ancora più tangibile, mentre il film, che all’epoca divise la critica, è riuscito a imporsi nel tempo come vero cult del genere fantasy/horror.

Conosciamo Kevin Lomax mentre è in tribunale per difendere il professor Gettys, accusato da una studente di molestie sessuali. Scoperta la colpevolezza del suo cliente durante il processo, Kevin ha una crisi di coscienza: difendere un colpevole o mettere fine alla sua lunga serie di vittorie ritirandosi? La decisione ricade sulla prima opzione. Ed è in quel momento che Lomax inizia a tracciare la propria strada verso il male. Quando Milton gli offre un lavoro a New York, un appartamento di lusso e uno stipendio con parecchi zeri, Kevin accetta e Mary Ann lo segue, cercando di diventare la perfetta padrona di casa, proprio come le mogli degli altri avvocati. Ma è proprio quando si è a un passo dal sole, che la cera si scioglie e inizia la caduta.

Centrale in questo aspetto è la dinamica di potere tra Kevin e John. Milton è interessato all’ambizione smisurata di Kevin, che lo porta a mettere sempre il lavoro al primo posto, trascurando la moglie e la morale. Perdere a un processo per lui è impensabile: significherebbe perdere la reputazione e sé stesso, perché la sua identità coincide con il suo lavoro. John fa leva sulla vanità di Kevin: ogni scelta che gli pone davanti è un bivio, ogni decisione un tassello nella costruzione del suo destino. Tutto il racconto è un grande test alla morale di Kevin, che non è un eroe né un cattivo: è solo un uomo guidato dai suoi istinti, ciò che tutti noi siamo ma non vogliamo ammettere di essere.

Da questi istinti la madre di Kevin, cristiana profondamente credente, lo mette subito in guardia, accostando New York a Babilonia, città di perdizione, dove la brama di denaro, potere e lussuria piegano lo spirito degli uomini. Perché oggi il male non è nascosto nel buio, ma vive al vertice della società, veste elegante e sorseggia champagne. Il male è rispettabile e aspirazionale, per questo è più facile cedervi.

Quel che resta impresso ad oggi di questo film, oltre alla critica della morale corrotta della società, sono soprattutto le interpretazioni. A partire dal diabolico Al Pacino, vero deus ex machina del racconto, che a causa del fatto di “non vederlo arrivare”, stupisce e affascina ancor di più con il suo carisma. D’altra parte, Keanu Reeves è l’incarnazione dell’umanità, facile da accusare per i suoi comportamenti sbagliati ma in parte comprensibile, perché guidato da ambizioni che tutti incontriamo prima o poi nella vita. Al suo fianco Charlize Theron, con il suo aspetto angelico, diventa ben presto una sorta di ritratto di Dorian Gray, una rappresentazione di Kevin su cui si scaricano gli effetti devastanti della sua corruzione morale.

Oggi “L’Avvocato del diavolo” può rivendicare di essere stato più di un mero film di intrattenimento: qualcuno l’ha definito una profezia sul futuro dell’Occidente, sia sul piano sociale che spirituale. Quel che è certo è che come società oggi non inseguiamo più un sogno di benessere collettivo, ma la chimera del successo individuale, da costruirsi da soli con costanza, immenso sacrificio. Lo facciamo in nome di quel libero arbitrio che ci apre tante possibilità senza offrire nessuna garanzia e che non ci permette, come non permetteva a Kevin, di imparare dai nostri errori per non cedere alla parte peggiore di noi stessi. 

Alberti Aurora


PER APPROFONDIRE

John Milton, il diabolico personaggio interpretato da Al Pacino, è omonimo dell’autore di “Paradiso Perduto”, un poema scritto nella seconda metà del ‘600 per raccontare la caduta di Lucifero e la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden. È da questo poema che deriva una delle citazioni letterarie più famose di sempre, che ovviamente fa una comparsata nel film: «Meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso.» 

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