Scendendo all’Inferno, Dante incontra tre fiere che ostacolano il suo cammino verso la salvezza. Mentre confessa di aver ucciso la moglie, Paolo Marra incontra altrettante fiere: tre persone decise a ostacolare il suo cammino verso la condanna.
- Regia di: Roberto De Paolis Maino
- Anno: 2026
- Durata: 88 minuti
- Cast principale: Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto, Valeria Golino
Paolo Marra (Leonardo Lidi) ha ucciso sua moglie senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi per scontare la pena che gli spetta. Arrivato al commissariato, però, la sua ammissione di colpa viene accolta con grande indifferenza, come un fatto di pura routine. La permanenza di Paolo in commissariato, dilatata per un tempo esasperante, è infarcita di inutile burocrazia e incontri con personaggi sempre più stravaganti: il poliziotto (Alessandro Borghi), l’avvocato (Pietro Castellitto) e la cartomante (Valeria Golino), che gli offrono ogni volta una via d’uscita dalla sua condanna. Riuscirà Paolo Marra a finire in carcere come desidera?

“La situazione dei femminicidi in Italia è grave…ma non è seria”. Così si potrebbe parafrasare la celebre citazione di Ennio Flaiano, posta in apertura di film per definire da subito il tono del racconto. Quella che si apre come una vicenda drammatica, come se ne sentono fin troppe oggigiorno, si tramuta col progredire del racconto in una commedia dell’assurdo dalle tinte grottesche. Un approccio al tema inedito, rivelatore dell’agghiacciante abitudine che stiamo sviluppando nei confronti della tragedia: i femminicidi sono all’ordine del giorno, tanto se ne parla ma niente si fa di concreto per avviare quel cambiamento culturale necessario a mettere fine al dilagare del fenomeno (anzi, c’è chi tende nella direzione opposta). Il risultato? La vittima presto dimenticata, il suo caso solo l’ennesimo in una statistica annuale e l’ultimo di una lunga giornata di lavoro per poliziotti e avvocati, come racconta il film.
La scelta dei fratelli d’Innocenzo e di Roberto de Paolis di approcciare la vicenda con un sentimento tragicomico è vincente, perché scatena nello spettatore la giusta dose di indignazione e sgomento per i folli ragionamenti dei personaggi, che si fanno scudo dietro la burocrazia e il prestigio per non affrontare davvero l’orrore di ciò che hanno di fronte. Dal momento in cui entra in commissariato, ogni tentativo di Paolo di assumersi la sua responsabilità produce l’effetto contrario: più cerca una pena da scontare, più gli viene offerta una via d’uscita, mentre la vittima viene del tutto trascurata e l’unico a tentare di riconoscerne la dignità è proprio il marito, il suo assassino.

A trasmettere il carattere opprimente del commissariato pensa la regia, che combinando grandangoli, campi lunghi, zoom e super slow motion accentua il senso di smarrimento del protagonista. Allo stesso modo la colonna sonora, con brani strumentali dal ritmo ipnotico e dissonante, coinvolge lo spettatore in questa atmosfera sempre più straniante.
L’ottima sceneggiatura prende corpo nelle interpretazioni dei quattro eccellenti protagonisti. Leonardo Lidi, perfetto nel rendere la psicologia complessa e mutevole del protagonista, riesce a trasformare il suo Paolo Marra nell’uomo apparentemente più sano di mente del gruppo. Al suo fianco Alessandro Borghi e Pietro Castellitto fanno propria la definizione di farsesco offrendo due interpretazioni memorabili mentre Valeria Golino, nei panni della cartomante, dona al racconto un passo più introspettivo, scavando nel passato di Paolo per trovare un trauma originario alla base del suo gesto. Paolo incontra i tre personaggi in momenti diversi, intavolando con ognuno di loro dialoghi inconcludenti, che lo portano ogni volta fuori dal commissariato, sempre più lontano dalla cella in cui vorrebbe essere rinchiuso.
Presentato all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, “Serpenti” parla in modo inedito di femminicidio, di uno Stato assente e di un senso di colpa che arriva sempre troppo tardi. E lo fa in modo sempre intelligente e pungente, calibrando il tono per spingersi là dove in pochi osano avventurarsi. Perché è possibile ridere di una storia che nasce da un femminicidio? Sì, se non si ride mai della vittima, ma dell’inadeguatezza delle persone, dell’assurdità della macchina burocratica e della nostra capacità di trasformare anche l’orrore in routine, pur di non affrontare davvero la violenza. Un film che non manca di trasmettere una forte disillusione verso le istituzioni, che tante volte avrebbero dovuto proteggere le vittime e invece per mille motivi, come ci racconta ogni maledetto giorno il telegiornale, hanno fallito.
Alberti Aurora


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