No Other Land

Quando la lotta per libertà e giustizia unisce due mondi inconciliabili. Basel e Yuval, un palestinese e un israeliano, un confine a separarli, una lotta ad unirli: quella per una Palestina libera.

  • Regia di: Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal
  • Anno: 2024
  • Durata: 95 minuti
  • Cast principale: Basel Adra, Yuval Abraham, Nasser Adra, Shamiya Abu Aram

Girato nell’arco di cinque anni, dal 2019 al 2023, il documentario racconta gli sforzi di Basel Adra ed altri attivisti palestinesi di opporsi alla distruzione di Masafer Yatta, un insieme di villaggi posti da vent’anni sotto il controllo dell’esercito israeliano per la costruzione di una zona d’addestramento militare. Figlio di attivisti, Basel diventa a sua volta attivista fin da ragazzo, quando inizia a filmare con la videocamera le incursioni nei villaggi da parte dell’esercito, che distrugge le abitazioni delle persone e arresta chi si oppone. Al caso si interessa anche Yuval Abraham, giornalista israeliano coetaneo di Basel, con cui negli anni costruisce una profonda amicizia mentre si battono insieme per porre fine alle barbarie compiute dall’esercito.

Prodotto da un collettivo israelo-palestinese, vincitore del premio al Miglior documentario alla Berlinale e candidato all’Oscar, “No Other Land” è un racconto quanto mai crudo e necessario degli espropri di terreni e abitazioni dei palestinesi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano. Riferendosi a una sentenza del 2022 della Corte suprema di Israele, che non riconosce Masafer Yatta come territorio palestinese, sebbene sia presente sulle carte geografiche dal XIX secolo, l’esercito è mandato ad appropriarsi del territorio espellendo i suoi legittimi abitanti. * Masafer Yatta, come buona parte della Cisgiordania, è sotto il controllo civile e militare israeliano, che limita arbitrariamente i diritti della popolazione e arresta chiunque mostri dissenso anche pacificamente, come il padre di Basel, Nasser Adra.

Il film incorpora anche filmati d’archivio girati dallo stesso Nasser nell’arco di vent’anni, ovvero da quando è iniziata l’occupazione. Forte di questa tradizione famigliare, Basel decide di iniziare a filmare dopo l’arrivo delle prime ruspe nell’estate del 2019. Vedere quelle persone assistere alla demolizione di case, scuole, parchi giochi per bambini, tutti costruiti con le loro mani in anni di lavoro è straziante e non può che stimolare un’enorme indignazione. Quando i palestinesi esprimono la loro rabbia ai soldati, chiedendo di avere pietà, di provare a mettersi nei loro panni, questi come vigliacchi si nascondono dietro la legge chiedendosi perché mai dovrebbero vergognarsene. All’odio e alla distruzione i palestinesi rispondono con proteste pacifiche e ricostruzioni, perché i loro antenati hanno sempre vissuto lì e “non c’è un’altra terra”. 

Quella portata avanti dall’esercito è una vera guerra psicologica, che mira a sopprimere qualsiasi speranza di libertà nei palestinesi per spingerli alla resa e al trasferimento nelle sovraffollate città limitrofe. Gli effetti di questa oppressione si riflettono chiaramente su Basel: nel corso del film lo vediamo sempre più stanco, demoralizzato, incapace di vedere un futuro per sé e la sua famiglia. Da parte sua Yuval cerca di sostenerlo e aiutarlo ma resta sempre una distanza incolmabile tra loro: uno può sempre tornare in una casa sicura, spostarsi liberamente, fare il lavoro che vuole, mentre l’altro vive sotto occupazione, senza diritti, senza possibilità di fare il lavoro per cui ha studiato, l’avvocato.

A causa del suo impegno però neanche Yuval vive una vita tranquilla. In quanto giornalista israeliano che denuncia i soprusi dell’esercito sui palestinesi viene ostracizzato dai suoi connazionali, considerato un traditore della patria. Durante la premiazione al Festival di Berlino, Yuval ha fatto un discorso importante:

«Io e Basel abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo uguali. Io sono sottoposto al diritto civile, Basel al diritto militare. Viviamo a 30 minuti di distanza, ma io posso votare e Basel no. Io sono libero di andare dove voglio, Basel come milioni di palestinesi è rinchiuso nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid tra di noi, questa disuguaglianza, deve finire.»

Per aver semplicemente esposto la realtà dei fatti, Yuval è stato accusato di antisemitismo da tedeschi e israeliani, ha ricevuto minacce di morte e non è potuto rientrare a casa perché una folla inferocita si era radunata lì per aspettarlo.

In un’epoca storica in cui il Presidente degli Stati Uniti suggerisce di sgomberare Gaza dai palestinesi per costruirci un villaggio vacanze, documentari come questo sono essenziali per smuovere le coscienze, mantenere alta l’attenzione su una situazione drammatica e allo stesso tempo proporre un nuovo modo di “vivere in questa terra, non come oppressore e oppresso, ma in piena uguaglianza”.** Per i registi la speranza risiede tutta nel pubblico che vede il documentario, si interessa alla vicenda e fa sentire la propria voce. Perciò nonostante la distribuzione limitata cercate di recuperare questo film, perché conoscere quello che sta succedendo ora nel mondo è fondamentale per capire il futuro.

Alberti Aurora

*Fonte: No Other Land racconta senza filtri l’occupazione israeliana

**Fonte: No Other Land, un’altra strada per israeliani e palestinesi

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Commenti

Una risposta a “No Other Land”

  1. […] In questo racconto c’è una frase molto forte di Talankin che vale la pena ricordare: “amare il proprio paese non ha a che fare con sventolare bandiere e cantare inni. Amare il proprio paese significa ammettere che abbiamo un problema”. Un ragionamento la cui profondità, forse, è più difficile cogliere per noi, abituati a dar per scontata ogni nostra libertà. Sul piano delle libertà che si è preso Talankin si muovono anche alcune delle critiche rivolte al film: è stato sottolineato da molte parti come aver filmato bambini e adulti senza consenso, anche in momenti di critica del regime, rischi di mettere in grave pericolo quelle persone, a differenza di Talankin rimaste in Russia. Si tratta di critiche legittime, che evidenziano la tensione costante tra intento investigativo e rischi etici del documentario, che spesso vengono corsi pur di raccontare al mondo verità scomode, come già aveva fatto un altro grande film del 2025, “No Other Land“. […]

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