Luc Besson ritrova in Caleb Landry-Jones il volto giusto per interpretare il suo Dracula: non un mostro, ma un uomo spezzato dal dolore di un amore perduto diventato ossessione.
- Regia di: Luc Besson
- Anno: 2025
- Durata: 112 minuti
- Cast: Caleb Landry-Jones, Matilda De Angelis, Christoph Waltz, Zoë Bleu
Transilvania, XV secolo. Il conte Vlad (Caleb Landry-Jones), innamoratissimo della moglie Elisabetta (Zoë Bleu), deve lasciarla per combattere contro gli ottomani in nome di Dio. In cambio, gli chiede di proteggere sua moglie e tenerla in vita: durante la fuga, però, la donna resta uccisa. Vlad rinnega Dio e lui lo trasforma in vampiro, condannandolo alla vita eterna senza amore.
Parigi, 1889. Un dottore e un prete catturano Maria (Matilda de Angelis), alla ricerca di Elisabetta per conto di Dracula, convinto che la donna si reincarnerà grazie alla purezza della sua anima.
Luc Besson torna a dirigere il talentuoso Caleb Landry-Jones (dopo la stupenda collaborazione in “Dogman“), in una sua personalissima rilettura del classico racconto di Dracula. Il regista firma un’opera dai toni fiabeschi e gotici ma anche ironici e barocchi, il cui focus, come anticipa il titolo, non è sul lato mostruoso bensì sulla sua umana tragicità. Il vampiro è tale perché ha perso la sua unica felicità, la moglie. La perdita l’ha devastato a tal punto da trasformare l’amore in ossessione, la ricerca di lei in unica ragione di non-vita.

Quattrocento anni dopo la maledizione, l’arrivo al castello di Jonathan Harker (Ewens Abid) offre a Dracula l’occasione di narrare la sua storia. Scopriamo così che il vampiro ha passato gli ultimi secoli a distillare un profumo capace di irretire le donne per trasformarle in vampiri che lo aiutino nella ricerca di Elisabetta. Con questa trovata, citazione al film “Profumo – storia di un assassino” (2006), Besson inserisce un elemento personale nel racconto per spiegare l’influenza irresistibile del vampiro. Introduce così anche le origini di Maria, che nella Parigi del 1889 ha trovato una donna identica ad Elisabetta, Mina Murray (Zoë Bleu), promessa sposa di Jonathan Harker.
Visivamente, il film è magnifico, con un immaginario estetico che unisce armoniosamente epoche e stili diversi. Sul piano delle scenografie e dei costumi il lavoro è davvero incredibile: notevoli in particolare l’armatura del conte in apertura di film e i raffinati abiti femminili nell’800. Anche a livello registico il film presenta scene girate in modo affascinante, come l’arrivo di Dracula in convento, dove irretisce le monache per berne il sangue e ringiovanire. Accanto a questi elementi di pregio ne troviamo altri che risultano grotteschi o eccessivamente kitsch. La CGI dei gargoyle appare poco convincente e la sequenza musical in cui tutti ballano al seguito del vampiro ha un effetto destabilizzante. Anche l’ironia del film, pur apprezzabile perché dona un tono inedito al racconto, a volte risulta eccessiva o mal calibrata nel contesto generale.

Di altissimo livello il cast internazionale riunito da Besson. A cominciare da Caleb Landry-Jones, protagonista inquieto e magnetico, che esprime in modo straordinario tutta la rabbia e il dolore del suo personaggio, in bilico tra mostruosità e umanità. Di tutt’altro genere l’interpretazione di Matilda De Angelis: la sua Maria è esuberante, frivola e sopra le righe quel tanto che basta a renderla indimenticabile. Zoë Bleu, nel doppio ruolo di Mina ed Elisabetta, dolce e selvaggia, resta impressa per la sua grazia. Ironico e analitico, Christoph Waltz interpreta un prete senza nome che richiama il noto Van Helsing, piazzando battute oculate nei momenti più inaspettati.
Il focus del film è tutto sull’umanità del vampiro e sull’aspetto più tragicamente romantico della vicenda. Il regista ci spinge a empatizzare con Dracula, dipingendolo non come un mostro ma come un uomo addolorato, che si sente tradito da Dio, per cui ha combattuto e ucciso. Per Dracula, Mina è la salvezza, ma per lei lui è la dannazione: stare insieme significherebbe condannare anche lei allo sfavore di Dio. Nonostante la profondità del tema, il momento dell’illuminazione di Dracula lascia dei dubbi: dopo quattro secoli di ricerca ossessiva, una singola conversazione con il prete basta al vampiro per capire di dover lasciare Mina. In diverse occasioni, la narrazione tende a correre troppo, con salti temporali anche importanti che finiscono per affrettare la conclusione della vicenda.
Sicuramente questo film di Besson non è perfetto, e adotta un approccio che ha scatenato tante polemiche quanti apprezzamenti. Bisogna comunque rendere merito al regista per aver dato un’impronta personale alla storia. Dopo tante versioni di Dracula, questa firmata Besson si distingue per un suo carattere originale, che non si prende del tutto sul serio e gioca con elementi inediti, rinnovando ancora una volta un classico intramontabile.
Alberti Aurora


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