“Se potessimo definire psicologicamente il male, potremmo fare sì che cose come questa non accadano mai più”. Questa la speranza che guidò il processo di Norimberga, che accusò i nazisti di crimini di guerra. Più che una speranza, un’utopia.
- Regia di: James Vanderbilt
- Anno: 2025
- Durata: 150 minuti
- Cast principale: Russell Crowe, Rami Malek, Leo Woodall, Michael Shannon
Nel 1945, gli Alleati decidono di istituire un tribunale internazionale per accusare di crimini di guerra i vertici nazisti ancora in vita. Il giudice Robert Jackson (Michael Shannon) e i suoi colleghi devono mettere in piedi un impianto d’accusa senza precedenti: crimini contro l’umanità. Lo psichiatra americano Douglas Kelley (Rami Malek) viene scelto per fare una valutazione psichiatrica dei 22 imputati, tra cui figura Hermann Göring (Russell Crowe), braccio destro di Hitler. L’obiettivo è tracciare i profili psicologici dei nazisti per capire quale sia l’origine del male e come riconoscerlo, affinché non prenda mai più il sopravvento nel mondo.

James Vanderbilt firma la regia di questo adattamento del romanzo “Norimberga: il nazista e lo psichiatra” di Jack El-Haidal. Il libro è a sua volta ispirato al saggio “22 celle a Norimberga”, scritto da Douglas Kelley nel 1947, per raccontare la sua esperienza di psichiatra nei mesi precedenti al processo. Il ruolo di Kelley era soprattutto quello di scovare le debolezze degli imputati per sfruttarle nella costruzione delle accuse. Se il suo saggio dedicava spazio a tutti gli imputati, romanzo e film si soffermano soprattutto sul rapporto tra lui e Göring. Tra confidenze, scambi clandestini di lettere e partite a scacchi, quella che si delinea tra i due sembra quasi un’amicizia, che crolla inevitabilmente durante il processo, quando gli orrori compiuti dal regime vengono a galla. Giustamente definito il “processo del secolo” Norimberga è stata la prima sede di affermazione della verità storica di quanto accaduto nei campi di concentramento davanti al mondo.
Il film è diviso in due atti: la prima parte, la più interessante, si concentra sul rapporto di Kelley con i prigionieri, mentre la seconda è il processo vero e proprio. Durante i colloqui testa a testa, il film umanizza i nazisti: ci mostra mogli, figlie, sogni e paure di questi uomini. Non per farci empatizzare con loro, quanto piuttosto per ricordarci che sono esseri umani: non mostri, non bestie, persone come tutti noi. Una premessa fondamentale per affrontare il processo, che dopo aver messo sotto gli occhi di tutti i filmati girati ad Auschwitz e Birkenau dagli Alleati, spingerebbe a dubitare di quell’umanità.

Uno dei grandi pregi di questo film è il suo cast. Rami Malek e Russell Crowe, nei panni di Kelley e Göring, danno vita a due interpretazioni davvero intense. Crowe domina il film con una presenza fisica imponente, donando al suo personaggio un carisma e un’acutezza che lo rendono sempre in controllo della situazione, nonostante sia prigioniero. Narcisista patologico, interessato soltanto a sé stesso e alla grandezza della Germania, il suo è l’interrogatorio da pianificare con più cura. Malek conferisce al suo personaggio sfumature complesse: a sua volta dominato da manie di grandezza si trova quasi affascinato da questi personaggi, salvo poi ritrovare la strada di fronte a una verità storica dal peso ingestibile. In ruoli minori ma dalla grande potenza emotiva, Michael Shannon è il giudice Jackson, schiacciato da una enorme pressione per la riuscita del processo e Leo Woodall è un soldato americano con un segreto che lotta per emergere.
L’aspetto più interessante del film è la relazione che vuole stabilire con il presente. “L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha fatto”, recita la citazione in chiusura del film. Un monito a non dimenticare mai il passato e a non sottovalutare ciò che succede oggi intorno a noi. Il film scardina la classica divisione tra “noi” e “loro”, tra buoni e cattivi, riflettendo anche sulle ombre che non si vogliono vedere. Lo dimostra l’acceso confronto tra Kelley e Göring: “Io sono prigioniero perché voi avete vinto e noi perso, non perché siete moralmente superiori” afferma il nazista. E c’è una verità inattaccabile in questa affermazione: basti pensare alla storia stessa degli Stati Uniti, costruita su un genocidio.
Viene da chiedersi quale sia davvero la radice del Male: sarà una condizione politica, antropologica, psicologica? L’unica certezza è che anche i nazisti, elevati a simbolo assoluto del Male, erano prima di tutto esseri umani. E proprio per questo non si può pensare che quel Male resti confinato nel passato: è in grado di presentarsi sotto altre sembianze pronto ad ammaliare di nuovo le masse. In “Norimberga”, ogni riferimento all’attualità è assolutamente voluto.
Alberti Aurora
PER APPROFONDIRE
Sul “processo del secolo” si è detto, scritto, girato davvero tanto materiale. Per approfondire altri aspetti della vicenda si possono recuperare “Il processo di Norimberga” , miniserie del 2000 con Alec Baldwin nel ruolo del giudice Jackson che presenta tutti i 22 imputati e i loro verdetti. Un classico del cinema sul tema è “Vincitori e Vinti” di Stanley Kramer, che si focalizza su uno dei processi secondari della grande macchina Norimberga. Da recuperare anche il saggio “La banalità del male” di Hannah Arendt, fondamentale riflessione sulla burocrazia della violenza. Immancabile poi il discorso di apertura tenuto dal giudice Jackson, ad oggi uno dei più importanti discorsi nella storia del diritto internazionale, accessibile a questo link. Infine, per esplorare il superamento del concetto giornalistico di mostro, e ritrovare l’umanità dietro un colpevole, da recuperare “Elisa” di Leonardo di Costanzo.


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