“Non sono narcisista” afferma una donna prima di assumere un farmaco che la sfigurerà solo per ricevere un po’ di like sui social. Feroce e riuscitissimo ritratto di un’epoca malata: la nostra.
- Regia: Kristoffer Borgli
- Anno: 2022
- Durata: 93 minuti
- Cast: Kristine Kujath Thorp, Erlend Mørch, Fanny Vaager
Signe (Kristine Kujath Thorp) e Thomas (Erlend Mørch) sono una coppia con una relazione tossica, basata su una continua guerra per ricevere attenzioni. Lui è un artista di successo, che crea opere con pezzi rubati da negozi di arredamento. Lei è una barista con complessi di inferiorità, dovuti alle attenzioni che vengono rivolte al compagno. Stanca di essere sempre nell’ombra, Signe comincia a ingerire un farmaco ritirato dal mercato perché provoca una devastante malattia alla pelle, nella speranza di essere finalmente notata e avere il suo momento sotto i riflettori.

Secondo film di Kristoffer Borgli, presentato a Cannes nel 2022, “Sick of Myself” è stato il trampolino di lancio della carriera di un autore interessato ad esplorare, attraverso il linguaggio del grottesco spinto fino all’horror, paure, ossessioni, desideri della società contemporanea. Se i due film successivi “Dream Scenario” e “The Drama” lavorano soprattutto su dinamiche e tensioni psicologiche dei personaggi, questo primo film è molto più fisico nel suo trasfigurare il danno invisibile del disagio mentale in una lacerazione sempre più estesa e spaventosa della pelle.
Mentre lavora al bar, una donna viene aggredita da un cane rabbioso e Signe è la prima a correre in suo soccorso. Attorno a quel gesto costruisce una narrazione mitica riportando continuamente l’attenzione su di sé: la sua paura in quel momento, il fatto che quella donna si sia salvata solo grazie al suo intervento e che nessun altro sia intervenuto (quando è stata lei stessa ad allontanare tutti). Per un po’ Signe resta al centro dell’attenzione, ma la vita continua e la storia viene presto superata. Signe, però, ha sperimentato i suoi quindici minuti di fama e non può più farne a meno. All’inaugurazione della mostra del fidanzato inventa di avere un’allergia e finge un malore, ma è ancora un gesto troppo momentaneo. Il passo successivo deve essere qualcosa di permanente: così prende le pasticche, cadendo in una spirale dove egocentrismo e autolesionismo si mescolano inesorabilmente.

L’operazione di Borgli non è una mera satira sulla vanità ai tempi dei social media ma un’esasperazione, nei toni e nella forma, di un’ossessione sempre più pervasiva: l’irrilevanza. Si tratta di una paura che il mondo digitale ha sfruttato per indurci ad essere sempre online, postare continuamente nuovi contenuti e condividere tutto, pena la scomparsa in fondo al feed, l’invisibilità che si traduce in percezioni di non essere davvero importante per nessuno. Gli impulsi di violenza e gelosia di Signe sono repellenti non perché difficili da comprendere ma, al contrario, perché sono fin troppo comprensibili.
La storia parte con un tono drammatico e, a ritmo sostenuto, comincia presto a virare verso il grottesco per finire nel body horror. Come nei film successivi del regista, i piani della realtà e dell’immaginazione di Signe cominciano a sovrapporsi, rendendo la ragazza protagonista di scenari “what if” via via più assurdi, mentre nella realtà continua a stare sempre peggio e a perdere amici, infastiditi dalle sue costanti manie di protagonismo.
“Sick of Myself” è una riflessione feroce ma necessaria su come i social media abbiamo riprogrammato i nostri cervelli, infondendoci un’ossessione per la nostra immagine mai esistita prima a questi livelli. È un film che documenta una realtà inquietante, avvisandoci che ciò che oggi è solo satira domani potrebbe essere il nuovo standard, a causa di persone pronte a spostare sempre un po’ più avanti il limite di ciò che riteniamo accettabile, in nome di una dipendenza da attenzione da cui sembra impossibile disintossicarsi.
Alberti Aurora


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